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mercoledì 29 settembre 2010

"Una gran voz"

Una bellissima recensione del concerto dello scorso 18 settembre uscita su La Opinión A Coruña:

Escuchar una gran voz constituye siempre un acontecimiento. Daniela Dessì llega por primera vez a Galicia en una espléndida madurez vocal que se advierte en la depuración de su arte y en la cada vez más acentuada dimensión dramática de su cuerda. El programa combinó con sabiduría el canto y los pasajes orquestales, de manera que la artista pudo descansar entre cada una de sus actuaciones. Así, el programa no fue demasiado generoso desde el punto de vista vocal (sólo seis obras programadas), pero se compensó con tres bises, que pudieron ser más de haber querido ella porque el público coruñés, siempre sensible al canto, no se cansaba de aplaudirle y de aclamarle. Lo que está muy claro es que la soprano genovesa es una cantante para la escena; en el recital, aunque se mostró comedida en los apoyos corporales, utilizando sobre todo el vehículo de la voz, como es preceptivo, surgió incontenible esa fuerza expresiva que se transmite al público.

En el momento actual, su voz mantiene una maravillosa capacidad para apianar (casi siempre, abriendo bien la cavidad oral) y para emitir dulces sonidos, aunque en centro y graves aparezcan ocasionalmente estridencias y veladuras; los agudos son brillantes, esplendorosos. Al parecer, la voz necesita un calentamiento muy intenso para dar lo mejor de sí misma, porque la segunda parte fue muy superior a la primera. En mi opinión -y en la del público- los momentos más sobresalientes del recital fueron, por este orden, Pace, mio Dio, de La forza del destino, y Ritorna vincitor, de Aida, ambas de Verdi; La mamma morta, de Andrea Chénier, de Giordano; y Io son l'umile ancella, de Adriana Lecouvreur, de Cilea y Tu, che di gel sei cinta, de Turandot, de Puccini; estas dos últimas, ofrecidas como bis. En general, acertada la orquesta ovetense, muy bien dirigida por Rizzo.

Intérpretes: Daniela Dessì, soprano. Oviedo Filarmonía. Director, Pietro Rizzo

Programa: Fragmentos de ópera de Puccini, Mascagni, Verdi y Giordano Fecha: 12 de septiembre de 2010

Lugar: Teatro Colón, A Coruña


Julio Andrade Malde

martedì 9 marzo 2010

Benedette queste carte!


Una notiziona!
La dottoressa Serenella Gragnani, nel proprio sito, annuncia che dopo il saggio dedicato a José Cura (Giù la maschera!) il prossimo impegno sarà dedicato a Daniela Dessì!
"Siamo allinizio della nostra esplorazione" scrive, "abbiamo valutato i personaggi che riteniamo più significativi (per citarne soltanto alcuni Francesca da Rimini, Norma, Manon Lescaut, Butterfly, Aida...) e... il lavoro è iniziato!
Per me è particolarmente interessante confrontarmi con il femminile e soprattutto con un'artista che ha un repertorio così vasto, di donne talmente diverse tra di loro, tanto da permettermi di affrontare aspetti a volte anche controversi della
psicologia femminile. La signora Dessì è una compagna di viaggio stimolante. Ha desiderio di entrare nel personaggio sino in fondo, non si ferma ad una lettura di routine, sente profondamente quanto di attuale sia racchiuso nelle tante eroine che si trova ad interpretare. Dal punto di vista umano poi è una donna ricca di umanità e di dolcezza e questo rende ancora più avvincente il lavorare assieme.
"

Che dire, speriamo di conoscere gli sviluppi del lavoro il prima possibile. Io, dal canto mio, non mancherò di riferirvi immediatamente qualunque notizia mi arrivi! A presto!

Fonte: http://www.artistallopera.com/Generale/serenella-gragnani-e-daniela-dessi.html

venerdì 30 ottobre 2009

"Quando nel canto c'è l'arte" (recensione dalla Gazzetta di Parma)

"Se si va a teatro per opere e concerti, si dovrebbe riuscire a fissare, ogni volta, qualcosa in più dell’emozione: verificare se esiste il segno - o il disegno - di un’interpretazione; capire quando oltre all’attimo di esaltazione (se c'è) sopravvive qualcosa che resta: di solito l’arte è lì.
Questa possibilità viene da tempo offerta al pubblico dal soprano Daniela Dessì e dal tenore Fabio Armiliato. Quando si ha in sorte di ascoltarli - come è avvenuto l’altro ieri al Teatro Verdi di Busseto - ci si accorge che tecnica, stile, qualità vocali sono sì la base imprescindibile per un’interpretazione convincente, ma non sono l’asettico strumentario a cui essi si affidano per cantare.
Daniela Dessì e Fabio Armiliato hanno saputo andare oltre: si avverte in loro una tensione permanente e felice per caricare di senso - che non è semplicemente «effetto» - la parola scenica; ogni respiro, ogni pausa, si associano a una precisa responsabilità musicale; ogni sillaba si sposa alla nota con piena consapevolezza di non dover essere subordinata al «recitare» (cioè di non oggettivare una finzione), ma di dover «esistere» in quanto musica e dramma insieme: verità, in fondo. Concerto finale del Festival Verdi a Busseto: Daniela Dessì e Fabio Armiliato hanno interpretato arie e duetti da I Masnadieri, Macbeth, La forza del destino, Don Carlo, Otello, Aida. Valida, poi, l’idea di proporre trascrizioni cameristiche da Aida e Trovatore con Marco Boemi (pianoforte) Francesco Dessy (violoncello) e Felice Clemente (clarinetto). Armiliato ha sviluppato negli anni un’inattaccabile coerenza psicologica e drammatica - fatta di voce, musica e nessuno sconto su se stesso - per restituire con intensità e dettaglio il profilo di personaggi come Carlo Moor, Alvaro, Don Carlo. Un Armiliato struggente - a Busseto - in «Di ladroni attorniato» dai Masnadieri; elegiaco e afflitto in «O tu che in seno agli angeli» dalla Forza del destino; amaro e sincero - senza beceri retaggi emulativi - in «Dio, mi potevi scagliar» da Otello. Daniela Dessì: quella voce screziata di miele e diamante, quell'aristocratica naturalezza nel cantare come se il soffio perverso di Lady Macbeth o la purezza di Desdemona ti sfiorassero i capelli. Eccola dunque inedita e superlativa nell’aria «La luce langue» dal Macbeth, sospesa fra cupi dubbi e inique speranze. E ancora splendida in «Ritorna vincitor» (Aida), «Pace mio Dio!» (Forza del destino), destrieri sui quali da sempre cavalca divina. Acclamati i duetti «Io vengo a domandar grazia» (Don Carlo), «La fatal pietra» (Aida), «Dio ti giocondi o sposo» (Otello). Teatro gremito, serata febbrile di applausi, ovazioni e bis dalla Traviata. Giusto ciel, ecco che ci voleva a Busseto: la Dessì e Armiliato!"

Elena Formica, Gazzetta di Parma

venerdì 23 ottobre 2009

"A TAVOLA CON VERDI" (intervista a "Chi"):

Ecco l'intervista uscita nel numero 43 del settimanale Chi (ancora in edicola):


lunedì 3 agosto 2009

Là... tra foreste vergini, di fiori profumate...


Grandi, avvolgenti fiammate proiettate sul velo che chiude alla vista il palco, si levano durante il preludio. Poi laggiù in fondo, una larva, una vision, ecco la protagonista, la fanciulla avvinta tra l’ amore per il padre e quello per Radamés, lo straniero che ama. Si apre così questa Aida che siamo corsi a vedere a Cagliari. Il motivo di tanto interesse ovviamente stava tutto nella protagonista, Daniela Dessì, che dopo le bagnate recite areniane di qualche settimana fa, porta la sua Etiope anche nella bella Isola. Questa volta, complice la buona acustica del Teatro, la prova ci sembra ancor maggiore rispetto a Verona. Restiamo ammaliati ogni volta dalla calda ambra di questa voce, corposa e suadente. E’ miracoloso come questa Aida imperiosa, dalla voce che inonda la sala e che, come fiume in piena, arriva ad inchiodarti alla poltrona, riesca poi a trovare le mezzevoci più dolci, il lirismo più struggente. A riprova di questo basterebbe ascoltare il Ritorna vincitor, in cui tutta la tensione drammatica della prima parte viene di lentamente smorzata in un Numi, pietà… letteralmente da togliere il fiato per dolcezza e partecipazione. Altro momento topico della recita è il finale, in cui Daniela stempera il sacrificio estremo dell’ Eroina in un caleidoscopio di ininterrotti pianissimi da manuale. Peccato che al suo fianco, in questo momento sublime, ci fosse il Radamès di Walter Fraccaro dall’ emissione costantemente musicale e dagli acuti non sempre a fuoco. Migliore la prova di Irina Mishura (Amneris) anche se confidiamo in un migliore approccio con la lingua italiana ed in una rifinitura del registro acuto, talvolta poco centrato. Angelo Veccia disegna un Amonasro decisamente villain, ma probabilmente funzionale ad una visione del personaggio, mentre ci è parso nel complesso degno di nota il Ramfis di Riccardo Zanellato. Discreto il resto del cast, ma altrettanto non ci sentiamo di dire per il coro, alquanto perfettibile. Piuttosto anonima la direzione di Asher Fisch, che si segnala per la costante tenuta in forte degli ottoni, creando effetti spesso al limite del bandistico.
Sul contestato allestimento, firmato da Stephen Meldcalf e di proprietà dello stesso Teatro Lirico, è meglio non soffermarsi troppo. Quello che disturba non è tanto l’ assenza di oro, geroglifici ed elefanti, quanto i veri e proprio passi falsi, come incentrare la scena del Trionfo sulla costruzione di carri armati , oppure come la scelta di trasformare, nel terzo atto, la protagonista in una doppiogiochista che inganna, disarma, porta volutamente al tradimento l’ amato (?) Radamès.
Serata non elettrizzante insomma, ma che grazie alla magia di un’ artista del calibro di Daniela Dessì diventa indimenticabile.

21 luglio 2009
Teatro Lirico di Cagliari

AIDA

personaggi e interpreti:
AIDA: Daniela Dessì
RADAMES: Walter Fraccaro
AMNERIS: Irina Mishura
AMONASRO: Angelo Veccia
RAMFIS: Riccardo Zanellato
IL RE: Rafal Siwek
UN MESSAGGERO: Gianluca Floris
UNA SACERDOTESSA: Sara Allegretta

maestro concertatore e direttore: Asher Fisch
regia: Stephen Medcalf
Orchestra e Coro del Teatro Lirico

lunedì 20 luglio 2009

"Lirico, per l' Aida due grandi donne" (da L' UNIONE SARDA)


"Forse è inevitabile: il tempo che passa cambia i gusti e anche le abitudini. Appena sei anni fa il Comunale salutava con una incondizionata ovazione l' Aida allestita dal Teatro Lirico di Cagliari con la regia di Stephen Medcalf. La stessa a cui, venerdì sera, il pubblico della loggia ha lanciato un bel po' di "buu" e di "buffoni". Certo, allora sul podio, a dirigere l'orchestra e il coro del Teatro, c'era Lorin Maazel, a prospettare una collaborazione stabile con la città, reduce dai trionfali concerti con la New York Philharmonic, e l'entusiasmo per la musica azzittiva ogni perplessità per la regia. Ma di fatto anche questa riedizione dell' Aida di Verdi diretta da Asher Fisch è musicalmente pregevole, con una compagnia di canto di prim'ordine e Daniela Dessì che interpreta Aida ai massimi livelli.
A esser cambiato è allora più probabilmente l'atteggiamento del pubblico della "prima" che ora manifesta rumorosamente ciò che prima preferiva affidare a un educato e gelido distacco.
Resta il fatto che questa non è proprio l' Aida che ti aspetti. Niente palme, piramidi o elefanti. Nessuna magniloquenza da grand-opéra. Il faraone veste gli abiti di Ismail Pascià e il sacerdote è una sorta di ajatollah. Con tutti gli stravolgimenti e le incongruenze che i cambiamenti di luogo e tempo comportano per il capolavoro di Verdi. Che da kolossal indiscusso della lirica italiana si trasforma in dramma intimo, dove campeggiano sottigliezze psicologiche e messaggi sociali distanti dall'epoca risorgimentale. Operazione che può avere i suoi pregi, e anche del fascino, ma che poi lascia orfani di quel must che è la marcia trionfale, tradendo la più radicata e attesa delle aspettative. Per chi resiste a tutto questo, c'è il piacere di assistere a un'opera che resta bella a dispetto di tutto. Che a più di cent'anni dalla prima, conquista con le sue arie, i cori, la forza dei personaggi.
Era la vigilia di Natale del 1871 quando andò in scena per la prima volta al teatro dell'opera del Cairo. In quattro atti su libretto di Antonio Ghislanzoni, fu subito amata da tutti. Per quell'apparente "facilità" del linguaggio musicale, che poggia invece su una robusta strumentazione, l'uso di cromatismi, la contrapposizione di motivi tematici. Per quel suo groviglio di passioni e di conflitti che Verdi dipana con lucidità fondendo stili eterogenei, con abilità e leggerezza, creando un dramma musicale vivido e incisivo.
Aida, Amneris, Radames, Amonasro, Ramfis: Verdi chiede voci eccezionali in tutti ruoli. E la compagnia di canto dell'allestimento cagliaritano non delude nessuno. Daniela Dessì ha un'espressività e un colore unico. L'eleganza dello stile, la rotondità del timbro, il fraseggio morbido e flessuoso, fanno della sua interpretazione un evento da ricordare. Walter Fraccaro è quello di sempre. E anche se il suo Radamès non è delineato appieno nel carattere, ha voce, tecnica e padronanza di suono. Irina Mishura affida a una voce intensa e modulata le ragioni dell'amore di Amneris, mentre Rafal Siwek dà toni gravi e convincenti al re. Angelo Veccia è un Amonasro autorevole e coerente con la figura del re etiope, vinto ma fiero, e Riccardo Zanellato dà sonorità vigorose a Ramfis, il gran sacerdote, con una nota di merito anche per il ruolo di contorno del messaggero di Gianluca Floris.
Asher Fisch ha diretto un' Aida con fraseggi ad arte e momenti di bel suono. In sostanza riprende quella che era già stata l'impostazione di Maazel: fa risaltare ricercatezze e melodie, adattando la musica, nel volume di suono come nei portamenti, all'essenzialità delle scene. Mentre l'orchestra, così come il coro, si concentra sulle indicazioni del direttore.
Alla fine, archiviati i contrasti, applausi per tutti: timidi e con qualche dissenso per la regia, convinti per la direzione e i cantanti, trascinanti ed entusiasti per Aida - Daniela Dessì, signora della serata.
"
Greca Piras, L' UNIONE SARDA; 19 luglio 2009

sabato 18 luglio 2009

"L' autentica testimonianza dell' ultimo soprano lirico-spinto italiano" (recensione da Forumopera.com)


"Questo disco, pubblicato dalla Decca con mezzi quasi indecorosi (la registrazione di questo ambizioso programma è stata montata in quattro giorni, non è stato giudicato educato invitare il coro necessario per alcune pagine, la copertina è raffazzonata e la foto sovraesposta non rende per nulla giustizia alla reale bellezza e alla femminilità della signora Dessì...) sembra oggi un ufo. Vent'anni fa numerose uscite mensili dello stesso tipo riempivano le colonne di Opera International. Inizialmente avremmo dovuto recensire questo lavoro per puro dovere di cronaca, ma ne restammo subito colpiti. Un'emozione carnale, animale, che correva al cuore e all'intestino. Viscerale e rarissima sensazione, che sconvolge una serata destinata a tutt'altre occupazioni. La Dessì, sfavillante e superba superstite della sua discendenza, aristocratica, completa ed ovviamente maledetta dai "grandi" media.
Autentica Prima Donna del suo registro, non di quelle che occupano abusivamente le riviste patinate ossia la comodità mutilata e senza rischio degli studi "liftanti". Porta ormai da sola il patrimonio di quello che l'Italia produceva ancora regolarmente fino a poco tempo fa, nell'arte di Celestina Boninsegna, Arangi-Lombardi, Pobbe, Stella, Cerquetti e naturalmente Tebaldi. Da trent'anni ormai, pazientemente, partendo come lirico puro, la bella Daniela ha costruito il suo edificio, da conquista a vittoria su sé stessa (più di cinquanta ruoli tra i cui un numero impressionante di bersagli centrati), si sta guadagnando autenticamente il suo stato, quello di una della migliori titolari del repertorio verista (è stata Margherita nel Mefistofele, Adriana Lecovreur, Maddalena di Coigny, Fedora, Ginevra ne La cena delle Beffe di Giordano, Nedda, Iris, Suzel ne L'amico Fritz, Dolly in Sly, Francesca da Rimini) pucciniano (Mimì, Minnie, Cio-Cio-San, Manon, Tosca, Liù, Suor Angelica, Giorgetta, Lauretta), con il rischio di contraddire l'affermazione di un esimio collega*. Terzo pilastro e non meno importante, Verdi nella sua maturità, al quale è dedicato questo disco. Delle dodici pagine, la quasi totalità rappresenta la quotidianità della Diva italiana in cui si riflette l'esatta attualità dei suoi mezzi senza inganni né equivoci, senza schivate o false scuse. In una parola, quello che la Dessì apre anima e corpo al suo pubblico, col susseguirsi delle stagioni, dovrebbe restare, a dispetto di tutti, il primo motivo di un disco. Il programma, impensabile ai giorni nostri per la maggior parte delle cantanti, si apre sulla sortita dell'Elvira di Ernani. E ci fa incassare numerosi colpi.
Con noi lobotomizzati da ore di "canto" asettico delle star "cartonate", le nostre orecchie scoprono, stupefatte, che questa generosità vocale, in tutta la sua franchezza, esiste ancora! Più che la Tebaldi, "Surta è la notte" fa risorgere le Verdi arias, storiche incisioni della Callas, soprattutto quelle dei primi due volumi. Senza alcuna volontà di imitazione, l'omaggio è là, sobrietà nel recitativo, linea, slancio, dono totale, persino nella tensione percepibile sull'acuto estremo. L'aria della Lady viene allo stesso modo innalzata ad una notevole nobiltà e lascia presagire un debutto nel ruolo ormai seriamente preso in considerazione. La romanza di Medora farebbe piangere anche i sassi. La Dessì ci dimostra qui tutta la sua scuola.
Una scuola che sapeva ancora piegare una vocalità spinta alle agilità belcantiste, armandole di bagaglio indispensabile (trillo, mezzatinta, sfumature, costruzione della cadenza...), meno narcisista di una Ricciarelli o edonista di una Caballé, Daniela rende qui ancora omaggio ad una Maria agli ultimi bagliori delle sue incisioni, alcune delle quali sarebbero dovute sfuggire all'impietosa venalità della major. La progressione del programma è di un'intelligenza senza lacuna: gli estratti da Il Trovatore sono semplicemente indispensabili. Sovrana nel controllo, con asciuttezza e precisione del recitativo, la Dessì è una Leonora di sconvolgente umanità, di seduzione immediata nel suo pudore e nella sua femminilità (qualità rarissime nella nostra epoca di prostituzione vocale e di esibizionismo epidermico). La grande vittoria della Dessì è l'equilibrio perfetto tra il belcantismo ancora latente e la maniera verdiana più tarda già chiaramente enunciata.
Onta alla Decca! Se il marito di Daniela (autentico Primo Tenore!) si abbassa alle battute di Ruiz, la Dessì deve ora operare il taglio del coro inderogabile e quindi del "Miserere", in cui ella sarebbe stata senza dubbio perfetta, passando direttamente alla cabaletta "Tu vedrai" condotta con vera energia. Dopo un Bolero eseguito come si deve, sentito e sanguigno, due altri vertici: Amelia e l'altra Leonora. Due ritratti distinti, carichi di dignità, di sofferenza contenuta, un'interprete al servizio del compositore, emozione totale... Eboli la principessa guercia, per una delle grandi Elisabette del momento, può dunque essere diversa dalla matrona pettegola? Eboli, questa sera, sarà una giovane donna che per amore corre il rischio di perdere tutto. Conclude Aida, per le Verdiane quello che Norma è per le Belcantiste... E la Dessì ormai le affronta entrambe. Sognata fin dal suo debutto come cantante, la sua Etiope riassume il suo percorso paziente, pudico, vita dedicata ad un'Arte, bellezza dedicata alla scena. La sua Aida esprime lo sconforto di un'adolescente che tende le braccia, mentre implora il vostro conforto.
Come non vediamo l'ora di omaggiare la bella Daniela! Il 2011 non è così lontano e ancora una volta, Mazzonis e l'Opéra Royal de Wallonie rischiano di creare un doppio avvenimento poichè Daniela è annunciata non solo come Desdemona, ma anche come... Leonora ne Il Trovatore (aprile/maggio e settembre/ottobre). Intanto la Decca firma, probabilmente senza saperlo, uno dei suoi migliori recital da vari lustri. Da acquistare in fretta.

*Un recente articolo si estasiava davanti a “l’economia della scena” di un’amabile cantante che si vuole spacciare come la pucciniana della sua generazione e il cui ambizioso repertorio si riassume à Mimì, La Rondine, una Butterfly certo magnifica in studio ma mai portata sulle scene e qualche Tosca recentemente annullata. Anche se in quest’epoca “rutabagesca” abbiamo imparato a saziarci di poco, che sia permesso di ricordare, rispetto alle grande discografie storiche delle Callas, Tebaldi, Freni, Scotto… che un’integrale o un recital dovrebbero idealmente coronare l’interpretazione maggiore di un artista che ne ha fatto prova sulla scena. Quando Dame Joan si regalava Turandot o l’Elisir, poteva vantarsi di accostargli, in atto di costrizione, venti integrali o recital che confermassero il suo repertorio scenico."

Philippe PONTHIR, 05/07/09

Pour l' original français: http://www.forumopera.com/index.php?mact=News,cntnt01,detail,0&cntnt01articleid=1062&cntnt01origid=57&cntnt01lang=fr_FR&cntnt01returnid=55

TRACKLIST
1. "Ernani, Ernani involami...", Ernani
2. "La luce langue...", Macbeth
3. "Non so le tetre immagini...", Il Corsaro
4. "Tacea la notte placida...", Il Trovatore
5. "Di tale amor che dirsi...", Il Trovatore
6. "D' amor sull' ali rosee..." Il Trovatore
7. "Tu vedrai che amore in terra..." Il Trovatore
8. "Mercè dilette amiche..." I Vespri Siciliani
9. "Ecco l' orrido campo..." Un ballo in maschera
10. "Pace mio Dio..." La Forza del Destino
11. "O don fatale..." Don Carlo
12. "O cieli azzurri..." Aida

domenica 5 luglio 2009

"Festival lirico, questa sera c'è l'Aida: «L'Arena è il posto ideale per interpretarla»" (intervista al quotidiano L' ARENA)


"Verona. Quarta recita di Aida, questa sera (alle 21.15) in Arena, nella rievocazione storica del 1913, con la direzione di Daniel Oren, la regia di Giancarlo de Bosio e la coreografia di Susanna Egri. A interpretare il Re è Carlo Striuli, Amneris è Trichina Vaughn, Ramfis è Orlin Anastassov. Nella parte di Amonasro, Silvano Carroli. Concludono la loro prima presenza areniana in Aida i due protagonisti della vicenda, Daniela Dessì (Aida) e Fabio Armiliato (Radames): uniti nella vita e per il capolavoro verdiano.
Dopo tante rappresentazioni condivise, cosa vi spinge a interpretare ancora quest'opera?
L'Arena- risponde Dessì- è l'unico posto al mondo dove si realizza la vera Aida. Io l'ho già cantata nelle edizioni del 1997 - al mio debutto con la regia di De Bosio - nel 2001 e 2002, ma è la prima volta che la canto a Verona, vicino a Fabio.
Un'Aida che si sta avvicinando alla meta centenaria del 1913: ci arriveremo?
Sono sicuro di sì- commenta Armiliato-. Basta non lasciarsi travolgere dal solito pessimismo. Certamente i gusti cambiano e bisogna tenerne conto. Personalmente, non ho niente contro il rock e il pop: sono tipologie musicali che hanno diritto di esistere e di esprimersi. L'importante è concedere ad ogni realtà artistica il proprio spazio e consentire al pubblico di accedervi. L'opera è un grande momento di intrattenimento e il pubblico deve essere adeguatamente istruito per avvicinarla con cognizione. Ma è anche un grande mezzo con il quale far circuitare la tradizione italiana per la canzone, la melodia, la nostra lingua. Il mondo del pop, comunque, riserva sempre molto rispetto alla lirica. Ce ne accorgiamo quando facciamo i grandi concerti all'aperto, dove i giovani rimangono a bocca aperta e capiscono la differenza tra la "loro" musica e quella che gli proponiamo.
C'è qualche novità interpretativa in questa Aida?
C'è sempre del nuovo se lo si vuol trovare,- chiarisce Dessì-, perché questa straordinaria partitura si presta in maniera unica, anche nel modo di svolgersi teatralmente. La capacità di avere questo legame in scena è sicuramente esaltato dal nostro vivere insieme nella vita. È fondamentale far capire che il dramma sia sempre credibile e che noi siamo impegnati per la verità della scena.
Come giudicate la vostra condizione? Migliorata dall'ultima prestazione areniana di Madama Butterfly del 2006?
Sicuramente più matura, anche rispetto all'Aida del 2001 per il mio caso, più matura nel pensare e nello studiare i vari personaggi- sostiene Armiliato-. Per Dessì, Madama Butterfly è opera riservata a spazi più limitati, più intimi, mentre Aida è per antonomasia è opera da Arena. Cantarla insieme è una condizione ideale.
Questa sua Aida è più legata allo stato o all'amore per il suo uomo?
All'amore del suo Radames - dice la cantante - anche se è un sentimento contrastato e difficile, sempre in bilico. Lei cerca di scegliere la salvezza della patria, ma poi torna all'amore per lui. È una lotta pari. Ma sempre di amore si tratta.
E Radames? È davvero un traditore per amore?
Radames è un uomo politico,- interviene Armiliato-, investito della sua carica, che vuole emancipare Aida, ma che ha grande rispetto per il proprio dovere e per la propria dignità. Anche in questo caso i sentimenti sono sempre in bilico.
A quando una nuova Amneris?
L'ho sempre sognata,- conclude Dessì-. Proprio per questo straordinario personaggio mi sono avvicinata alla lirica. Vediamo. Prima o poi forse verrà anche la sua ora.
Per il prossimo anno avete altre "idee" areniane?
Credo che possiamo dire fin d'ora che il nostro obiettivo sarà Il Trovatore, un altro grande capolavoro, di passioni e di forti ideali."


Gianni Villani, L' Arena; 04/07/2009

http://www.larena.it/dossiers/Temi%20Continuativi/122/353/66889/

giovedì 25 giugno 2009

"Aida 1913, tutto il fascino del melodramma "puro"" (dal quotidiano L' ARENA)


"Aida 1913. Ormai è giusto chiamarla così, con la data incorporata per sottolineare il blasone di uno spettacolo dalla storia quasi secolare. A pensarci bene è un caso unico al mondo: quasi un terzo delle rappresentazioni dell'opera egizia di Verdi in Arena sono in base alla ricostruzione della mitica inaugurazione dell'agosto 1913. L'hanno vista circa due milioni di persone.
Aida 1913 è uno spettacolo che viene da lontano e che vede vicino il traguardo (uno dei suoi traguardi), che è naturalmente il centenario tondo, in scadenza fra quattro anni. Difficile immaginare le celebrazioni senza di lei, anche se tutti giustamente aspettano anche lo spettacolo nuovissimo, che faccia epoca per il nuovo secolo in un ideale passaggio del testimone.
È uno spettacolo all'antica: la celeberrima invenzione scenografica di Ettore Fagiuoli è ormai un caso di scuola nella storia delle rappresentazione operistiche, non solo all'aperto, con il suo gusto "art-déco" che oggi, corsi e ricorsi estetici, torna a esserci particolarmente gradito, e con la sua impostazione scenotecnica figurativa inevitabilmente un po' macchinosa.
La sfida di chi rimette mano ad Aida 1913 sta anche in questo: provare a rendere fluido il racconto a prescindere dai cambi di scena, rendere scomponibile e ricomponibile come un pratico Lego l'immaginario esotico di Fagiuoli, nutrito di dotte letture e vicino alle acquisizioni scientifiche dell'epoca ma anche indissolubilmente legato alla tradizione delle rappresentazioni operistiche italiane dell'Ottocento.
Al suo primo ritorno dopo una lunga pausa, l'anno scorso, da questo punto di vista lo spettacolo aveva mostrato qualche pesantezza. Era il prezzo inevitabile da pagare per rendere vivo un gioiello che al fascino di Verdi unisce quello del suo proprio essere antico? Non necessariamente. Quest'anno Aida 1913 scorre meglio. Ovviamente non come le Aide a scena fissa viste in un recente passato, che consentono addirittura un solo intervallo, ma con un indirizzo drammaturgico di fluidità che nemmeno le inevitabile pause incrinano. Del resto, chi ha assistito alle prove racconta di un Gianfranco de Bosio, l'ottantacinquenne regista veronese artefice fin dagli anni Ottanta di questo spettacolo, munito di cronometro per misurare i tempi degli intervalli, sempre sul palco a guidare le operazioni durante le pause, carico di un'ammirevole energia.
Per uno spettacolo di simile monumentalità, non è male davvero. Che poi, a guardar bene, la monumentalità è più dello spazio, dell'anfiteatro, che questo allestimento esalta come nessun altro. Di “costruito" ci sono i due obelischi con sfinge, a boccascena; il portale sul fondo, che del resto incornicia quello originale, le famose otto colonne dipinte e sgargianti, che sono diventate semoventi e si possono modulare con geometrie variabili e in luoghi diversi dell'ampia scena. Per il resto, gradinate nude, talvolta popolate di figuranti; quando serve grandi masse in movimento, che l'abile de Bosio sa giostrare con straordinaria fluidità, senza mai dare l'idea della folla indistinta. Soprattutto, vivida e determinante la sensazione che il decorativo egizio, l'archeologia dei faraoni (sottolineata dai costumi, figurini d'epoca godibilissimi), diventi una sorta di favolistico “prolungamento" dell'archeologia dei romani: come se dalle antiche pietre uscisse una storia per immagini, così potente da rendere naturali anche le palme e i papiri del terzo atto. Ma in fondo, se possiamo credere di avere un baobab nel giardinetto dietro casa, dentro all'Arena, fra 14 mila spettatori, non è difficile credere che quello sia vero Egitto, come voleva Verdi.
Musicalmente, quella ieri sera al debutto è un'Aida 1913 di notevole pregio vocale, con in più la sicurezza della bacchetta di Daniel Oren, espertissimo dell'opera e dell'Arena, sempre accattivante con i suoi tempi mobilissimi, i suoi accesi contrasti dinamici, la vibrante forza passionale, il gusto del roboante in esatta corrispondenza con quanto Verdi concedeva, la precisione delle sfumature quando il musicista le cesella (atto terzo e quarto, su tutti), il calore della passione e la forza del dramma.
Nel ruolo del titolo, Daniela Dessì trova un'impeccabile misura fra il lirico e il drammatico, accendendo la temperatura emotiva con la qualità di una linea di canto pensosa e spesso interiorizzata, eppure splendidamente espressiva. Al suo fianco, Radames è un Fabio Armiliato che trova efficacemente la strada dell'eroismo sentimentale, più che guerriero, di cui in fondo il personaggio si nutre. E non a caso, il grande duetto con Aida del terzo atto è momento davvero palpitante di melodramma puro. Unico reduce del cast dell'anno scorso, Ambrogio Maestri dà ad Amonasro nobiltà sprezzante con vocalità corposa e di grande autorevolezza. mentre Tichina Vaughn disegna un'Amneris di minore incisività, non particolarmente coinvolgente né per colore vocale né per tagliente drammaticità. A volte ruvido ma efficace il Ramfis di Giorgio Surian, non sempre ben timbrato il re di Carlo Striuli, piuttosto flebile il messaggero di Angelo Casertano. Discretamente concentrato il coro di Marco Faelli, con risultati apprezzabili specie nella scena del trionfo. Come sempre applauditissime le danze, con la prima ballerina ospite Myrna Kamara in grande evidenza.
Spettattori probabilmente sopra quota 10 mila, ma Arena lontana dal tutto esasurito in una serata particolarmente rigida. Entusiastiche per tutti le accoglienze. Sedici le repliche in calendario, a partire da giovedì prossimo."


Cesare Galla, L' Arena del 21 giugno 2009

http://www.larena.it/stories/Cultura%20&%20Spettacoli/63426__aida_1913_tutto_il_fascino_del_melodramma_puro/

mercoledì 24 giugno 2009

Ti riveggo, mia dolce Aida!


Eroine coraggiose e risolute, che sfidano impavide la morte... ma che devono battere in ritirata di fronte ad un temporale estivo qualsiasi. E così, saltata la recita di Carmen prevista per venerdì scorso, il compito di inaugurare l' 87° Festival Lirico dell' Arena di Verona passa ad Aida, quartultima opera di Giuseppe Verdi.
Ed è tutto un luccicar di stelle, in platea ma soprattutto sul palco. Daniela Dessì che aveva affrontato il ruolo dell' eburnea principessa per l' ultima volta quattro anni fa a Parma, si riconferma Verdiana di gran lusso: la voce, grazie ad un' emissione immacolata, percorre senz' ombra di sforzo il difficile spazio, domina le ardue impennate drammatiche e si esalta in dolcissimi pianissimi nei momenti più lirici. Ma questo non basta, è altro quello che la rende davvero congeniale alla poetica del Genio di Busseto: quel suo "bruciare" in scena, quella verità che riesce a donare al dramma, quell' illuminare ogni singola frase di luce costantemente nuova... La Dessì non canta Aida, la Dessi E' Aida. Discorso analogo potremmo fare per Fabio Armiliato che già col perfetto "Celeste Aida" ci presenta il biglietto da visita di quello che sarà il suo Radames: giovane certo avvezzo a sogni di gloria, ma soprattutto irrimediabilmente innamorato delle giovane Etiope. Bellissima la disperata chiusa del terzo atto, e struggente il finale in cui, ovviamente anche grazie ad una protagonista di tale statura, la commozione diventa palpabile.
Ambrogio Maestri è un Amonasro dalla linea vocale non propriamente intonsa, ma almeno ha dalla sua un tonnellaggio vocale che gli consente di delineare un personaggio tutto sommato convincente, nella sua maestosità. Spiace non poter affermare lo stesso per Tichina Vaughn (Amneris) e Giorgio Surian (Ramfis), le cui voci troppo spesso faticavano ad arrivare alle gradinate.
Lo spettacolo di De Bosio, "rievocazione dell' Aida del 1913" è quanto di più "areniano" si possa immaginare: scene sfarzose, movimenti minimali, recitazione d' antan: mi piace l' idea di questa Aida che, come in un vecchio fotogramma in bianconero va aggrappandosi a qualsiasi cosa gli capiti a tiro, sia suo padre, un braciere o una palma...
Dirigeva, con la consueta pesantezza, Daniel Oren, beniamino delle estati veronesi.


87° Festival dell' Arena di Verona
20 giugno 2009
AIDA di Giuseppe Verdi

personaggi e interpreti:
AIDA: Daniela Dessì
RADAMES: Fabio Armiliato
AMNERIS: Tichina Vaughn
AMONASRO: Ambrogio Maestri
IL RE: Carlo Striuli
RAMFIS: Giorgio Surian
UN MESSAGGERO: Angelo Casertano
SACERDOTESSA: Nicoletta Curiel

Orchestra e Coro dell' Arena di Verona
direttore: Daniel Oren

regia: Gianfranco De Bosio
rievocazione dell' Aida del 1913

Qualche assaggio video:
-"Ritorna vincitor!"
-"Qui Radames verrà... O cieli azzurri..."
-"Pur ti riveggo, mia dolce Aida..."
-"Aida..." "Tu non m' ami!"
-"La fatal pietra sovra me si chiuse... O terra, addio..."

giovedì 18 giugno 2009

"Così Aida mi conquistò" (intervista a Famiglia Cristiana)


Certe voci hanno la strada segnata. Daniela Dessì, premio Abbiati quest' anno, ha scoperto la sua vocazione grazie alla zia, che la portava a teatro. "Vidi un' Aida, la mia prima opera, quando avevo 11 anni. Mi innamorai di quella musica sublime, di quello spettacolo grandioso. Se canto è per l' Aida."
Sulla rotta del destino trovò Herbert von Karajan. Come andò?
"Avevo 18 anni. Ero incredula, voleva sentirmi dopo aver avuto una cassetta del mio primo concorso. Mi fece l' audizione alle 10 di mattina, l' alba per cantare, però feci la mia parte tranquillamente. Ho di lui un ricordo straordinario, mi aspettavo un burbero, severo, invece era delizioso: mi ha messo lì, ha suonato, abbiamo cantato. Fantastico!"
All' Arena riporta proprio Aida: che cosa ha da dirci nel 2009?
"Aida è il personaggio per antonomasia, passionale, melodrammatico. I drammi d' opera forse sono anacronistici, ma non quanto si pensa, in fondo parlano di noi: d' amore, di politica, di passioni, di tradimenti. Poi qui siamo all' Arena, luogo di grandi soddisfazioni per una cantante."
Che sfida è per una voce?
"Ho ricordi stupendi. C'è un' acustica straordinaria in cui ogni voce si può udire, purchè sia ben orientata. All' Arena non c'è bisogno di gridare e lo scenario è un' emozione unica."
Con un pubblico popolare. Come si fa ad avvicinare la gente alla lirica?
"Credo che basti la passione per la musica, ma è una materia troppo assente dalle nostre scuole. Eppure di giovani appassionati ne ho incontrati. Certo, bisognerebbe aiutarli abbassando i prezzi, se non delle prime, almeno delle altre recite."
Dicono che lei porta il teatro dentro la vita. E' vero?
"Un po' devi avere già dentro i caratteri dei personaggi che ami di più, per renderli bene. Io mi sento molto Tosca, passionale, gelosa, forte e fragile."
L' ha cantata quasi 100 volte, avrà il pilota automatico...
"No. L' ansia che provo prima di andare in scena, mi porta a vivere la storia come fosse la prima volta. Ed è quello che mi piace di questo lavoro, che ti tiene sotto esame: amo scoprire sempre qualcosa."


Elisa Chiari, Famiglia Cristiana n. 25 del 21 giugno 2009

giovedì 28 maggio 2009

"Daniela Dessì: un premio e un cruccio" (intervista a IL SECOLO XIX)


"Un grande riconoscimento, non solo in ambito italiano, ma internazionale, un premio che va a coronare una carriera musicale e artistica attualmente in un momento di massimo fulgore: il Premio "Abbiati" 2008 per i cantanti, riconoscimento che ogni anno la critica italiana assegna ai migliori artisti, società, spettacoli dell' anno, sarà consegnato domani al Teatro Donizetti di Bergamo al soprano genovese Daniela Dessì. Particolarmente lusinghiera è la motivazione, che sottolinea sia la bellezza della voce, che la tecnica che la sorregge, l' eccellenza interpretativa in personaggi del tardo Ottocento e primo Novecento italiano, ma anche in "Norma", un recente debutto, "sempre riportando il belcanto alle ragioni del dramma, senza nulla concedere all' edonismo e al mero sfoggio di bravura". Lei approva: "Parole molto belle e molto reali: io sono così, non ho mai fatto nulla per sfoggio istrionico. Oggi trionfano i fenomeni mediatici, ma i grandi artisti nascono solo dopo vent' anni di lavoro".
Nata a Genova,ma presto trasferitasi a Brescia con la famiglia, Daniela Dessì rivela doti vocali eccezionali già a 11 anni, scoperte dalla sua maestra, Carla Castellani. "Mi ha formato una salda base tecnica, una sicurezza per poter interpretare", dice, scansando i pericoli di una precocità vocale lasciata a se stessa: "Io avrei cantato Aida a 15 anni!". A 17, invece, giunge la smagliante vittoria al concorso Rai, che le apre le porte della carriera: Herbert von Karajan la vuole in un concerto.
Il debutto operistico avviene con il Teatro dell' Opera Giocosa di Savona, con "La serva padrona" di Pergolesi, addentrandosi in un repertorio settecentesco e barocco che avrebbe poi continuato a frequentare anche a Napoli, con Roberto De Simone; poi le opere romantiche, via via allargando i propri orizzonti musicali. Placido Domingo la vuole accanto a sé in "Otello" al Liceu di Barcellona, canta con i più grandi direttori -Abbado, Muti, Mehta, Kleiber- nei maggiori teatri di tutto il mondo, diventando una delle più acclamate interpreti della lirica internazionale. Lavora con grandi registi, in spettacoli memorabili. "Temo solo le regie ignoranti, che non rispettano il canto. E non mi presterei mai a regie, come ho visto sulla copertina di una rivista, con sederi nudi maschili esposti. Bene invece le regie moderne, anche "eccessive", purchè intelligenti. Ho lavorato con Carsen, con la Cavani: lì c' era un pensiero".
Grandi soddisfazioni, ma resta un cruccio. A Genova Daniela Dessì ha cantato davvero poco: nel 1995 per "Le nozze di Figaro" e nel 2001 nell' "Andrea Chénier". Un' assenza dovuta ai ritardi tipicamente italiani nella programmazione, ma non solo: "Non mi è stato mai proposto un progetto sulla mia persona, ma capisco le difficoltà di un teatro in crisi".
La speranza è che in futuro qualcosa si possa fare, anche in coppia con Fabio Armiliato, il tenore genovese con cui ha intrecciato un progetto non solo artistico. E, a domanda precisa su quale sia l' opera in cui questo coinvolgimento traspare con più evidenza, l' indicazione è per la "Francesca da Rimini" di Riccardo Zandonai. "Lì ci vuole un tenore con forte connotazione virile" scherza "ma soprattutto ci vuole un' intesa molto particolare: c'è molta sensualità, aleggia un erotismo palpabile e credo che noi lo possiamo comunicare meglio. E questo vale anche per la "Manon Lescaut" di Puccini".


W. Edwin Rosasco, "Il Secolo XIX"; 28/05/09