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domenica 19 giugno 2011

Dal West ai negozi di dischi!

E' finalmente in distribuzione, presso tutti i negozi di dischi, il doppio cd de La Fanciulla del West (etichetta SoloVoce) registrata al Festival Puccini di Torre del Lago nel 2005.



Ecco il cast completo:

LA FANCIULLA DEL WEST di G. Puccini

Minnie: Daniela Dessì
Dick Johnson (Ramerrez): Fabio Armiliato
Jack Rance: Lucio Gallo
Nick: Massimo La Guardia
Ashby: Andrea Patucelli
Sonora: Marzio Grassi
Trin: Marco Voleri
Sid: Massimiliano Valleggi
Bello: Federico Longhi
Harry: Orfeo Zanetti
Joe: Nicola Pamio
Happy: Claudio Ottino
Larkens: Veio Torcigliani
Billy Jackrabbit: Franco Boscolo
Wowkie: Fulvia Bertoli
Jake Wallace: Giovanni Guagliardo
Josè Castro: Giuseppe Riva
Un Postiglione: Steve Collalto

Orchestra e Coro CittàLirica
direttore: Alberto Veronesi
maestro del coro: Stefano Visconti

domenica 25 luglio 2010

Or son cent'anni...


"Venerdì 16 luglio è andata in scena a Torre del Lago La Fanciulla del West nell’edizione del centenario dell’opera. Purtroppo questo capolavoro di Puccini rappresentato per la prima volta alla Metropolitan Opera di New York nel dicembre del 1910, non ha avuto negli anni il successo di pubblico che altri titoli dello stesso compositore, magari meno accattivanti, hanno conseguito. La Fanciulla del West tratta da un dramma teatrale dello scrittore David Belasco venne musicata da Puccini con una sensibilità tutta nuova per la caratterizzazione di un luogo e della sua natura così come dei personaggi che lo popolano. Si può dire senza presunzione che la Fanciulla del West apra la strada alla musica moderna (per me molto di più di quanto farà Turandot) per la sua estrema attualità che in alcuni passaggi lascia stupefatti; Puccini stesso la descrisse in una lettera a Sybil Seligman come la sua migliore creatura, ed a ragione. A questi richiami descrittivi nella parte orchestrale corrispondono delle scritture vocali di grande difficoltà sia tecnica che espressiva; al canto,infatti, bisogna donare la sensibilità dell’animo del personaggio e purtroppo non sempre le due cose vanno di pari passo, come si spererebbe. Il Festival proponeva una nuova produzione puntando sulle due stelle della lirica internazionale Daniela Dessì e Fabio Armiliato che hanno riscosso un vero trionfo; si affidava inoltre la regia alla tedesca Kirsten Harms, le scene allo scultore Franco Adami ed i costumi a Giovanna Fiorentini. L’allestimento nel suo complesso è stato accolto molto freddamente dal pubblico forse per incomprensioni nei confronti di soluzioni ed interpretazioni, soprattutto scenografiche, che andavano in altre direzioni rispetto alle indicazioni originali dell’ambientazione. Se non si deve rimanere ancorati ad una tradizione che potrebbe, agli occhi del pubblico moderno, risultare polverosa, bisognerebbe però innovare mantenendosi sul sentiero tracciato dagli autori dell’opera. Della caratteristica ambientazione western sono rimasti solo dei totem indiani che erano presenti sia come sculture sia dipinti sul fondale del secondo atto, per il resto vediamo un saloon abbozzato, ma che di western ha davvero poco, una capanna di Minnie inesistente, sostituita da elementi scenici che non richiamano (eccettuati il tavolo e gli sgabelli) una casa ed una foresta troppo stilizzata nel terzo atto. I costumi erano riconducibili al momento storico, ma anch’essi spesso inadatti a distinguere i personaggi e ad inquadrarli nel loro ruolo sociale ( i minatori non avevano gli attrezzi del mestiere); la regia proponeva movimenti interessanti, nelle masse in particolare. Spesso però c’era quella incongruenza tra libretto ed azione scenica che negli spettacoli di oggi è ricorrente. Penso che il dissenso del pubblico si sia manifestato poiché non era possibile, con un allestimento del genere, capire la storia ed i suoi avvenimenti senza conoscere precedentemente l’opera; se si vuole avvicinare un nuovo pubblico a questo bellissimo genere musicale lo si deve anche guidare alla conoscenza dei capolavori. Come ho detto i protagonisti di questa edizione dell’opera erano Daniela Dessì e Fabio Armiliato che tornavano in questo titolo a Torre del Lago dove lo avevano già affrontato insieme nel 2005 e dopo averlo proposto anche a Roma e Siviglia.
Il ruolo di Minnie è quello di una giovane che con la propria forza di volontà e l’affetto riesce a tenere a bada un gruppo di minatori che pendono dalle sue labbra per ogni cosa, Minnie è la loro mamma, è quella mamma che hanno lasciato a casa, magari oltreoceano, per cercare la fortuna in America. Daniela Dessì ha debuttato il ruolo nel 2005 e da questo momento lo ha maturato vocalmente e scenicamente tanto da farne ,oggi, uno dei suoi cavalli di battaglia; cantante di riferimento nel repertorio pucciniano (come dimostra anche il cd Decca di recente pubblicazione), la signora Dessì in questa produzione ha riportato Minnie ad essere la fanciulla, e non la donna, come troppe volte ci è stata presentata. Una fanciulla, intendiamoci, dotata di un’intelligenza e una personalità non comuni data la situazione in cui vive, ma pur sempre desiderosa di vita e di emozioni. Abbiamo ascoltato un canto fermo, sicuro su tutti i passaggi più ostici della partitura (quella che insieme e forse più di Turandot richiede una tecnica formidabile), dal do scoperto di “Laggiù nel Soledad” al difficile “Oh se sapeste…”, fino all’”anche tu lo vorrai Joe..”, per citarne solo alcuni. La Dessì ha emozionato per il modo in cui pronunciava ogni piccola parola, ogni sillaba che prevedevano le sue frasi, e per come quindi queste parole erano sposate ad una emissione sempre ottima su tutta la tessitura, senza cedere ad effetti veristici, per un’innata intelligenza musicale, e risolvendo il personaggio sul tono che gli è più proprio, cioè quello giovanile e lirico. Scenicamente ogni piccolo movimento era calibrato alla situazione, si trattava di una Fanciulla vitale negli scontri con Jack Rance e sensuale negli abbandoni con Dick Johnson; la figura sempre affascinante completava il capolavoro realizzato già nella parte musicale da questa grande artista.

Non le era da meno, ne vocalmente ne scenicamente Fabio Armiliato che ho ammirato per una grande e partecipata aderenza al personaggio, che è adatto a lui musicalmente ed anche fisicamente, richiedendo da una parte una voce di tenore lirico spinto-drammatico qual è la sua e dall’altra una figura slanciata ed atletica. Fin dall’entrata con la frase “chi c’è per farmi i ricci?”si comprende la baldanza giovanile che pervade il sangue del bandito messicano che infatti non tarda ad accostarsi a Minnie, che però, come sappiamo aveva già incontrato. Armiliato riesce a sfumare il canto nei momenti di più intensa passionalità così come a renderlo eroico e più vigoroso quando si tratta di doversi difendere da Jack Rance o nella fatidica “Or son sei mesi…”vero banco di prova per un tenore pucciniano. Nell’altra grande aria “Risparmiate lo scherno…Ch’ella mi creda libero e lontano” si ascolta una voce che viene piegata al lirismo, con dei risultati veramente notevoli nelle dinamiche musicali associate al testo; è chiaro che l’aria ha strappato un grande applauso a scena aperta, e la motivazione è semplice;infatti non veniva isolata come momento di puro e solo canto, ma costituiva un punto fondamentale nell’interpretazione vocale e scenica di Armiliato che ha riconfermato di essere IL Johnson di oggi. Scenicamente i momenti di più intensa passionalità lo trovano a dialogare in modo perfetto con Daniela Dessì con un linguaggio dei gesti e dei movimenti tra loro ormai consolidato mentre invece risulta un vero bandito, ma pur sempre uomo fragile ed eroe allo steso tempo, quando deve confrontarsi nel terzo atto con Rance e i ragazzi del campo che lo trovano (forse giustamente) un ostacolo alla loro felicità che ormai si era ricreata (anche grazie a Minnie) in un paese straniero e lontano dalla patria. Durante tutta l’opera non c’è mai un guardare il personaggio a distanza, ed un pensare solamente al canto, come si sarà capito, anzi un penetrarlo nell’anima; riprova di questa capacità nell’esplorare dall’i terno gli eroi pucciniani è il nuovo cd Decca “Nessun Dorma” che comprende tutte le arie tenorili da Edgar a Turandot e che dimostra versatilità nel canto e quindi una grande conoscenza tecnica. Il “cattivo” della situazione, Jack Rance, era affidato al baritono messicano Carlos Almaguer, che avevo avuto occasione di sentire già come Alfio, e che non ha destato in me grandi emozioni, pur cantando correttamente ogni passaggio, con voce di volume ragguardevole. Ma il problema di questo Jack Rance era l’assenza dello sceriffo, dell’uomo innamorato e solo, infatti c’era esclusivamente il cantante che cantava bene, ma tutto sempre spinto ad una forza ed un brutalità che, nella mia concezione del personaggio ne costituiscono solo una parte. Da segnalare la presenza di un veterano del canto lirico come Luigi Roni che dava voce e corpo ad un Ashby molto credibile, testimonianza di come un grande artista possa ancora, dopo anni ed anni di carriera, rendere un personaggio minore unico e di rilievo nella storia. Di livello discreto i comprimari, che hanno in quest’opera il difficile compito di interagire tra loro vocalmente e scenicamente in modo ineccepibile. Il coro, interamente maschile, ha dato una buona prova diretto da Stefano Visconti, maestro di grande esperienza. L’orchestra, diretta per l’occasione da Alberto Veronesi, direttore artistico del Festival ha suonato correttamente ma priva di quella vitalità che in un’opera come la Fanciulla del West sarebbe auspicabile. Le scelte ritmiche di Veronesi sono state interessanti così come la ricerca dei dettagli e delle minuzie orchestrali, per altro geniali, di cui questo capolavoro è disseminato; c’è da dire che l’acustica del teatro non permette di godere completamente una partitura così complessa come questa, ma penso che si potranno prima o poi arginare questi problemi con delle modifiche strutturali. Successo al calor bianco per Daniela Dessì e Fabio Armiliato che hanno dato conferma del loro livello artistico, davvero ineguagliabile e calorosi applausi per gli altri cantanti, con i dissensi che ho già detto per la parte visiva. Bisogna dire che questa Fanciulla i suoi cento anni li porta magnificamente, buon compleanno!!!!!!!
Didier Pieri"



16 luglio 2010
Torre del Lago Puccini, Gran Teatro all'aperto
LA FANCIULLA DEL WEST

Minnie: Daniela Dessì
Dick Johnson: Fabio Armiliato
Jack Rance: Carlos Almaguer
Ashby: Luigi Roni
Sonora: Giovanni Guagliardo
Nick: Cristiano Olivieri
Sid: Federico Benetti
Trin: Marco Voleri
Bello: Massimiliano Valleggi
Harry: Ernesto Petti
Happy: Claudio Ottino
Larkens: Veio Torcigliani
Billy Jackrabbit: Choi Seing Pil
Wowkle: Larissa Demidova

Direttore: Alberto Veronesi

Regia: Kirsten Harms
Scene:Franco Adami

Orchestra e Coro del Festival Puccini
Maestro del Coro: Stefano Visconti

mercoledì 24 febbraio 2010

LA FANCIULLA DEL WEST finalmente in dvd!


E' finalmente disponibile nei migliori negozi di dischi il dvd de La Fanciulla del West registrato a Torre del Lago Puccini nell'estate 2005, pubblicato da Arthaus Musik - RaiTrade.

Ecco il cast:

Minnie: Daniela Dessì
Dick Johnson (Ramerrez): Fabio Armiliato
Jack Rance: Lucio Gallo
Nick: Massimo La Guardia
Ashby: Andrea Patucelli
Sonora: Marzio Grassi
Trin: Marco Valeri
Sid: Massimiliano Valleggi
Bello: Federico Longhi
Harry: Orfeo Zanetti
Joe: Nicola Pamio
Happy: Claudio Ottino
Larkens: Veio Torcigliani
Billy Jackrabbit: Franco Boscolo
Wowkie: Fulvia Bertoli
Jake Wallace: Giovanni Guagliardo
Josè Castro: Giuseppe Riva
Un Postiglione: Steve Collalto

Orchestra e Coro CittàLirica
direttore: Alberto Veronesi
maestro del coro: Stefano Visconti

regia: Ivan Stefanutti
scene e costumi: Nall

domenica 3 gennaio 2010

Questa o quella...


Che annata carica di successi! Abbiamo girato tutta l'Europa per inseguire i trionfi della nostra amata Daniela: dalla calda Siviglia, alla piovosa Verona alla gelida Vienna...

Anno nuovo, vita nuova. Insomma, tiriamo le somme! Qui a lato trovate il nuovo sondaggio: quali sono state le migliori performances del 2009?
Beh avete capito... votate numerosi!!!!


Ah, per chi si fosse perso qualche produzione, ecco che youtube ci viene in soccorso!

Dall'Adriana Lecouvreur di Palermo: Poveri fiori, monologo di Fedra

Da La Fanciulla del West di Siviglia: Laggiù nel Soledad

Dalla Madama Butterfly di Hannover: Con onor muore

Dall'Aida di Verona: O terra, addio

Dalla Manon Lescaut di Bucarest: Sola, perduta, abbandonata

Dalla Tosca di Vienna: E qual via scegliete?

mercoledì 1 aprile 2009

Minnie, dalla mia casa son partito, ch' è là dai monti, sopra un altro mare...


Eccoci finalmente a Siviglia! L' occasione era parecchio ghiotta: il ritorno di Daniela Dessì e Fabio Armiliato ne La Fanciulla del West, capolavoro di Giacomo Puccini.
Daniela, che riprendeva il ruolo di Minnie dopo il debutto a Torre del Lago del 2005 e le recite romane dell' Aprile dello scorso anno, riesce a dominare l' impervio ruolo (che probabilmente divide con Turandot la palma della più impegnativa eroina creata dal Genio di Lucca) con facilità sorprendente: sarà merito della strabiliante tecnica, affinata sempre più in questi trenta, floridissimi, anni di carriera, sarà a causa della voce, sempre fresca ma allo stesso tempo femminea e vellutata, ma il risultato è incontestabilmente miracoloso. Quanta dolcezza, quanta passione, quanta verità in quella ragazza che si apre all' amore! Forse sta proprio qui la grande cifra della Dessì, cifra che la consacra oggi quale interprete pucciniana di riferimento: la capacità di rendere vive le partiture e con esse i personaggi, mediante una partecipazione totale, catartica, che si svela in un fraseggio sempre vario e illuminante, un caleidoscopio di emozioni, sempre reali, intimamente vissute, e per questo sempre toccanti.
Fabio conferma ogni volta di più la parabola ascendente in cui si trova ora la sua carriera: di mese in mese, di ruolo in ruolo, una perfezione che sembrava ormai assoluta, viene riconfermata e, per quanto sembrasse impossibile, ancor più affinata. Il suo Dick Johnson, grazie anche ad una fisicità perfetta, è ormai una garanzia: acuti saldissimi, quasi sfrontati, accostati alle più raffinate mezze voci. Probabilmente possiamo affermare di essere di fronte ad uno dei più grandi interpreti di questo ruolo degli ultimi venti anni (e la mente corre al bis di "Ch' ella mi creda..." che regalò a un pubblico romano in visibilio, lo scorso aprile).
Jack Rance era impersonato da Silvano Carroli, un habitué del ruolo dello Sceriffo, ma non per questo totalmente convincente: se l' intrprete appare tutto sommato discreto, non altrettanto si può dire del cantante, che sfoggiava una tenuta vocale ormai seriamente compromessa.
Buona la folta schiera di comprimari, in cui svettavano il simpatico Nick di Vicente Ombuena, il meritevole Sonora di Manel Esteve Madrid e la solida Wowkle di Giovanna Lanza. Notevole la prova del Coro de la A.A. de la Maestranza, preparato da Julio Gergely e quella della Real Orquestra Sinfònica de Sevilla, diretta con piglio sicuro da Pedro Halffter.
Al previsto allestimento londinese di Piero Faggioni veniva sostituito quello romano (ma in realtà quasi una riproduzione di quello creato per Metropolitan nei primi anni '90) di Giancarlo del Monaco. Nessuna sevizia nei confronti dell' Opera e dell' ambientazione prevista da Belasco/Zangarini-Civinini/Puccini: siamo dentro ad un bellissimo film western, di quelli che ci tenevano compagnia durante l' infanzia... ecco quindi il bellissimo saloon di Minnie, ecco il notturno scorcio di villaggio del terzo atto. Non mancano neppure i colpi di genio, come l' impostazione scenica del secondo atto, in cui l' esterno della casa di Minnie ci viene mostrato nella parte destra del palco mentre, nella sinistra, grazie ad una "quarta parete" invisibile siamo anche noi, come Dick, ospiti della piccola abitazione.
Applausi per tutti, e un trionfo per i tre protagonisti.


26 marzo 2009
Siviglia, Teatro de la Maestranza

LA FANCIULLA DEL WEST
di Giacomo Puccini

personaggi e interpreti:
MINNIE: Daniela Dessì
DICK JOHNSON (RAMERREZ): Fabio Armiliato
JACK RANCE: Silvano Carroli
NICK: Vicente Ombuena
ASBHBY: Pavel Kudinov
SONORA: Manel Esteve Madrid
TRIN: Jon Plazaola
SID: Radoslaw Wielgus
BELLO: Juan Josè Navarro
HARRY: Màrio Alves
JOE: Manuel de Diego
HAPPY: Josè Manuel Dìaz
LARKENS: Fernando Latorre
BILLY JACKRABBIT: Alfredo Feria
WOWKLE: Giovanna Lanza
JAKE WALLACE: Carlos Carzoglio
JOSE' CASTRO: Eduardo Hernàndez
POSTIGLIONE: Vìctor Sordo

regia, scena e costumi: Giancarlo del Monaco
luci: Wolfang Von Zoubek

Coro de la A.A. del Teatro de la Maestranza
maestro: Julio Gergely

Real Orquestra Sinfònica de Sevilla
direttore: Pedro Halffter


Video "rubati" alla prima del 21 marzo:
"Laggiù nel Soledad..."
"Ch' ella mi creda..."

mercoledì 25 marzo 2009

"Daniela Dessì - Fabio Armiliato: una pareja para el Teatro de la Maestranza" (intervista a "Ritmo")


"Hablar de estos dos cantantes de una tacada supone un doble ejercicio: percibimos una energía que va más allá de cada uno, una energía irradiada desde la pareja que forman dentro y fuera del escenario, pero, al mismo tiempo, un uno más uno autónomo de fuerte personalidad individual. Por separado han desarrollado ya una importante carrera, pero desde que comparten más cosas que la escena su trabajo llega al gran público acompañado
de factores para algunos espurios, para otros muy vistosos… Ella ha sido la primera soprano no japonesa que ha hecho Cio-Cio San en la tierra de Cio-Cio San, y él, que, como dice en la entrevista, ha aprendido a cantar escuchando la Andrea Chénier, ha sido saludado por la crítica como uno de los más importantes Chéniers del momento. Ambos recalan ahora en Sevilla para, a partir del 20 de marzo, hacer la pareja Minnie/Dick Johnson en La fanciulla del West de Puccini, que dirigirá Pedro Halffter para una puesta en escena de Gian Carlo del Monaco.

¿Podrían hablarnos del inicio de su carrera?Qué les impulsó a estudiar Canto, qué estímulos tuvieron en su entorno familiar, cuándo empezó su amor por la música…
DANIELA DESSÌ: Mi pasión por la música lírica empezó muy pronto, cuando tenía 9 años. Mi padre me contaba siempre que fui a hablar con él y le dije que quería convertirme en una gran cantante lírica. En la familia había una tía que había estudiado canto y tenía una voz de mezzosoprano muy bonita, además de mi madre y mi abuela, quienes tenían una voz preciosa. No hicieron carrera porque decidieron no lanzarse a este mundo tan complicado y competitivo, pero toda mi familia materna tenía voces importantes y tradición en el canto. Mi abuelo paterno, que me hizo escuchar discos de Beniamino Gigli; era comandante de marina y en sus largos viajes siempre se llevaba consigo discos de este cantante. Pero lo determinante para decidirme fue mi participación como figurante en una Aida en Caracalla. Encontrarme en medio de esta producción, con grandes cantantes y actores, me hizo comprender que mi vida tenía que brindarla al canto, y por eso a los quince años empecé a estudiar.
FABIO ARMILIATO: El amor por la música es algo que es parte de mi ser desde siempre, gracias también a la educación que me dio mi familia. Mi padre ama mucho la opera, es un gran experto, y por eso desde los 3 años ya escuchaba Aida, Ballo in maschera
y Andrea Chénier interpretadas por Beniamino Gigli, que siempre me ha acompañado en mi crecimiento como artista y me ha enseñado el sentido de la correcta vocalidad. Empecé a estudiar a los 18 años, cuando mi voz estaba lista para ello. Cuándo, dónde debutaron como profesionales
D.D.: La primera vez que canté en público fue cuando tenía 15 años, en un concierto en el conservatorio donde estaba estudiando. Mi debut en el teatro fue cuando tenía 18 años, concretamente en el Teatro Grande di Brescia, la ciudad donde vivo actualmente, en una ópera de Gian Francesco Malipiero. Pero el debut más importante a través del cual me conocieron los teatros fue en el Teatro dell’Opera
Giocosa de Génova con La serva padrona, de Pergolesi.
F.A.: Empecé cantando en un coro porque necesitaba trabajar y ganar el dinero necesario para estudiar; después empecé con papeles pequeños como el Minatore en La Fanciulla del West en Torre del Lago, hasta que en el 84 debuté como protagonista como Gabriele Adorno de Simon Boccanegra en el Teatro dell’Opera di Génova, en una gira por la Liguria. Después, en el 86 canté La Vestale en Jesi y a partir de allí empecé mi carrera internacional.

¿Cuál ha sido la evolución de sus voces? ¿Sus definiciones vocales se produjeron desde el primer momento o ha habido cambios hasta asentarse?
D.D.: Mi voz ha pasado por varios momentos, dado que empecé a cantar muy joven. A los 15 años ya tenía una voz formada –de soprano lírica–, pero mi profesora, Carla Castellani, fue muy cauta y no permitió que hiciera barbaridades. Cantaba muchas arias da cámara y óperas barroca. Con el tiempo ha crecido mi voz así como mi seguridad técnica. He pasado por el barroco, Mozart, Rossini y también, más tarde,
por Verdi y Puccini
F.A.: Mi voz ha evolucionado mucho; estudié con profesores que amaban la música barroca, así que al principio canté muchos madrigales. También canté en concursos con un repertorio no apto para mi voz, hasta que al final encontré mi verdadera vocalidad y el repertorio más adecuado. Fue difícil encontrar un profesor de canto; ha habido muchas personas que me han aconsejado y al final yo mismo me he construido mi propio camino, aprendiendo un poco de todos y, sobre todo, escuchando mucha música y muchas grabaciones. También colecciono libros acerca de canto en todos los idiomas. Siempre he hecho caso a mi intuición, y esto me ha ayudado mucho en la elección del repertorio y en mi andadura artística.

¿Podrían definir su tesitura y caracterizar su instrumento por timbre, volumen, etc?
D.D.: Ahora estoy enfrentándome con personajes lirico-spintos, y tanto la crítica como el público me consideran como tal. Yo siempre me he considerado una voz lírica llena, como la de las vocalidades de antaño, una Antonietta Stella o una Renata Tebaldi. Una voz lírica con capacidad de proyección vocal, que puede afrontar un repertorio con un tejido orquestal denso. La soprano lirico-spinto tiene buena proyección y la lírica pura puede conseguir suavidad en el fraseo: para el repertorio verdiano y pucciniano se necesitan ambas, y yo creo que tengo un poco de las dos.
F.A.: Yo prefiero definirme un músico que canta; mi musicalidad y mis estudios me han guiado en mi educación vocal. Aureliano Pertile, el gran tenor, decía que se puede entender la voz gracias a la intuición musical. Definiría mi voz como la de un tenor lírico lleno, que puedo cantar tanto el repertorio lirico-spinto como el repertorio algo más ligero. Mi adaptación se debe a mi musicalidad, es decir, el entender cómo cantar un personaje, y esto te hace la voz dúctil y maleable. Mi timbre ha sido comparado con el de Pertile, a quien admiro profundamente. Cuando se canta es importante que la voz esté libre, ya sea una voz pequeña o grande; lo que importa es que llegue al público, y esto sólo se consigue utilizando una buena técnica, algo que se aprende con el tiempo. Además, mi extensión me ha permitido poder enfrentarme a los personajes de mi repertorio tranquilamente, sabiendo que podía alcanzar con comodidad el registro agudo.

Cómo preparan un rol. ¿Lo hacen desde cero o se fijan en trabajos de colegas consagrados y “de confianza”? Cuando preparan un papel operístico ¿qué orden siguen? ¿Lo estudian primero vocalmente o lo montan dramáticamente y después lo “visten” con su voz?
D.D.: Primero leo la partitura, porque necesito entender lo que el músico ha escrito y las dinámicas musicales. Si se trata de un personaje histórico me informo acerca de él y de su contexto; también me intereso por la obra en la que se basa el libreto de la opera, ya sea novela u obra teatral. Después empiezo la parte musical acompañada de piano y voy metiéndome en la esencia del personaje, siempre a través
de mi propia personalidad artística.
F.A.: Muchos roles están en mi ADN, dado que los conozco desde siempre, así que cuando empecé a estudiarlos en realidad ya los conocía gracias a mi pasión por la ópera. Lo primero que hago cuando tengo que preparar uno es escuchar grabaciones discográficas; siempre se puede aprender del ejercicio técnico de un gran cantante que ya lo afrontó. También, si es necesario, me informo acerca del contexto histórico y de la psicología del personaje. Pero ante todo intento adecuar mi vocalidad a cada personaje: me gustaría que el público pensara que no van a escuchar a Fabio Armiliato cantando a Chénier, si no a Chénier cantado por Armiliato. Por eso me gustaba tanto Pertile, porque su voz era diferente según el personaje que interpretaba.

¿Utilizan los discos como elemento de trabajo?
D.D.: Si, escucho muchos los discos porque creo que es muy útil. Discográficamente, prefiero los discos en vivo porque son más fieles a la realidad. Además, me ayuda a hacerme la idea de la orquestación y a entender la estrategia vocal de la cantante en cuestión.
F.A.: Si, escucho muchos discos, y también DVD. De los videos de cantantes del pasado he aprendido muchísimo; busco grabaciones en vivo de cantantes como Del Monaco y Corelli, por ejemplo. A través de la visión de estos grandes artistas se aprende mucho. Para nosotros, los cantantes, escuchar a los grandes es tan importante como para un pintor conocer la historia del arte.

¿Desde cuándo cantan juntos? ¿Recuerdan la primera vez?
D.D.: La primera vez que cantamos juntos fue en Niza, en Andrea Chénier en el 2000, pero fue en otra Andrea Chénier, cuando me dieron el Premio Giordano, cuando empezó nuestra vida juntos.
F.A.: Si, la primera vez que nos encontramos fue en Japón en 1997, en un tour con el Metropolitan Opera, pero en aquella ocasión estábamos cantando dos óperas diferentes, yo cantaba Cavalleria y Daniela Pagliacci.

¿Cuál es, en su opinión, el momento que atraviesa hoy el espectáculo operístico?
D.D.: Es una situación muy difícil, sobre todo por los teatros italianos, a causa de la crisis económica. Espero que sea un momento que se pueda aprovecharpara mejorar la perspectiva del futuro operístico en Italia. La ópera no debe morir porque forma parte de nuestro patrimonio cultural, italiano y del mundo, y espero que se encuentre una manera de resolver estos problemas porque hay muchísimos jóvenes que tienen un gran entusiasmo; me doy cuenta en las masterclass que hago; los gobiernos, tanto italiano como del mundo en general, deberían cuidar el mundo de la ópera.
F.A.: Es un período de crisis económica, de grandes cambios, un momento en el cual el espectáculo operístico puede ayudar a la sociedad a realizar muchos ámbitos, a reflexionar y a soñar; así se puede descubrir algo bonito en momentos difíciles de la vida. Además, ahora hay un problema de base en el sistema: se quiere el éxito rápido y ser famoso en poco tiempo.Pero esta carrera requiere calma, es un trabajo de fondo.

¿Qué es para ustedes primero, el director musical, los cantantes o el director de escena?
D.D.: Es muy difícil decidir el orden; creo que un gran espectáculo se hace en los tres niveles: vocal, musical y estético. De todos modos, un espectáculo sin buenos cantantes no es un gran espectáculo.
F.A.: Hemos tenido las tres fases: los cantantes superstar, después los directores de escena superstar y los musicales superstar…Creo que se tiene que encontrar un momento de colaboración, también a causa de la crisis que estamos pasando, para que el público tenga más ganas de ir al teatro a ver no solamente al divo sino al espectáculo en su totalidad.

¿Qué opinión les merece las puestas en escena heterodoxas, es decir, las que desubican estéticas, épocas o contenidos en función de una recreación dramática alejada de la consignada en el libreto?
D.D.: El espectáculo lirico se puede hacer con poco, sabiendo usar muy bien las luces y la escenografía. El espectador tiene que poder gozar de un espectáculo, y no solamente pasar el tiempo de la representación pensando lo que quiere decir la puesta en escena. Las puestas en escenas modernas pueden ser interesantes pero siempre manteniendo el respeto por la música, por los cantantes y por lo que el autor escribió.
F.A.: Personalmente no aprecio muchos las puestas en escena que quitan a una ópera su entorno histórico. Creo que se puede hacer si la referencia histórica de la opera no es fundamental, pero por ejemplo Tosca, Aida, Macbeth, Otello… son operas en las cuales se tiene que respetar el libreto y la música. Se puede hacer para provocar, pero en general se puede hacer óperas modernas también respetando el período histórico sin cambiar totalmente el sentido de las mismas.

¿Con qué directores musicales han trabajado más a gusto, o se han sentido más cómodos o identificados?
D.D.: En 30 años de carrera he cantado con los más grandes, Muti, Abbado, Mehta, Gelmetti…y muchos otros. Creo que con cada uno he creado una buena química. En los años de mi crecimiento como artista canté con los más importantes y esto ha sido
fundamental para mi formación. Un gran director es el que te escucha; así se puede crear una gran complicidad artística.
F.A.: He trabajado con muchos y de todos he aprendido mucho. Decir nombres es difícil: entre otros, Levine, Muti, mi hermano Marco Armiliato, Mehta, Sinopoli, Viotti, Pappano, Gatti, Palumbo…

¿Y directores de escena?
D.D.: He trabajado con casi todos los que se consideran maestros de escuela; con los grandes es difícil que se encuentren dificultades, porque entienden las necesidades del cantante. El primero fue Roberto de Simone, que me formó en el arte del recitativo.
F.A.: He tenido la suerte de poder trabajar con muchos de los más grandes y significativos, por ejemplo con Robert Carsen, con el cual he trabajado en un ciclo
de óperas de Puccini en Amberes. Otros han sido Graham Vick, Liliana Cavalli, etc...

En su carrera, ¿de qué función guarda cada uno por separado mejor recuerdo? ¿Y cuál
cree que fue más determinante para su futuro?
D.D.: En especial dos: al principio de mi carrera con Iris de Mascagni en el Teatro dell’Opera de Roma con la dirección de escenas de Hugo de Ana y musical de Gelmetti; entre los últimos, el debut en Norma en el Teatro Comunale de Bologna, un debut que me ha llenado de emoción y felicidad. Sabía que era muy esperado y el éxito que he obtenido ha sido muy emocionante. Ha habido muchos espectáculos determinantes para mi
futuro, y una de las cosas más importantes ha sido el desarrollo de mi técnica en los inicios, con el repertorio barroco y mozartiano, que me ha dado la posibilidad de
cantar ahora de una determinada manera, conservar la voz y entrar en el interior de la música, además de darme la base por la preparación teatral que se necesita.
F.A.: Seguramente mi debut en el Metropolitan de New York con Trovatore en el 93, porque me ha dado más confianza en mí mismo y la posibilidad de trabajar en muchos otros escenarios. También mi Andrea Chénier de Niza, porque la crítica me definió
como “el mejor Chénier en la actualidad”, y para mí, que he crecido escuchando esta ópera, ha sido una gran satisfacción. También recuerdo con ilusión mi primer recital en solitario, en Savonlinna en 2007.

¿Preparan algún papel nuevo?
D.D: En este momento Traviata, que debutaré en diciembre, y Macbeth, para el próximo año.
F.A.: Otello, el sueño de todos los tenores. He querido esperar a tener la experiencia necesaria para enfrentarme a este personaje. Además me gustaría hacer el Romeo e Giulietta de Zandonai, pero es una ópera que no se hace muy a menudo.

¿Les gustan los discos? ¿Escuchan música de otros géneros? ¿Les interesa el jazz o el pop?
D.D.: Amo todos los tipos de música, he crecido cantando música pop italiana y extranjera. A lo me jor la clásica es una música más culta, pero cuando la música es bella, es bella, y no necesita de etiquetas.
F.A: Me gusta la música en todas sus expresiones, aunque prefiero la música clásica en general. En el pop me gustan Queen, New Trolls (grupo de Génova), Deep Purple y he crecido con las canciones de Los Beatles.

¿Creen que el DVD es un buen medio para aficionar a la gente a la ópera o, por el contrario, el sólo poder ver lo que el realizador del vídeo quiere, desvirtúa el espectáculo?
D.D.: El DVD es una forma importante para acercar las personas a la ópera, y, cuando se trata de un “live” que es muy importante, porque es muy verídico, no engaña, no hay trabajo de estudio posible posterior. Además es un modo para dar a conocer una
puesta en escena...
F.A.: Todo lo que sirva para difundir la ópera es óptimo. El DVD puede ser el futuro de la ópera, porque no es el resultado de un “editing” falso, además de tratarse
de un documento histórico que queda para la posteridad. Además me gusta la idea de proyectar la ópera en cines, porque puede acercar a más público.

¿Conocen la producción de La fanciulla del West que van a cantar en el Maestranza de Sevilla? ¿Les ha dirigido alguna vez Pedro Halffter?
D.D.: Si, la cantamos en abril 2008 en Roma. Es una producción muy bonita, cinematográfica, llena de detalles. Giancarlo del Monaco siempre busca la perfección
para que el público tenga la sensación de ver una película de western, y el resultado me gusta mucho y es muy interesante. Nunca he cantado con Pedro Hallfter, seguro que será una buena experiencia.
F.A.: Me gusta mucho la producción de Del Monaco; la canté la primera vez en 2000 en Niza y Montpellier, y después en 2008, en Roma, donde me pasó una cosa insólita: el público pidió que repitiera el aria Ch’ella mi creda, algo que nunca había sucedido,
por lo menos en tiempos recientes. La producción de Del Monaco respeta mucho la partitura, es atractiva para el público y me gusta el hecho de que recuerda al género western de Sergio Leone. No he trabajado nunca con Pedro Halffter, a quien estimo mucho porque tenemos amigos comunes. Estoy seguro de que será una colaboración muy buena.

¿Qué proyectos tienen en estos momentos?
D.D: Después de Fanciulla en Sevilla, cantaré Butterfly en Hannover, Manon en Varsovia, Aida en Verona y Traviata en Roma, entre otras.
F.A.: Entre otras, Pagliacci en Roma con dirección de Franco Zeffirelli y dirección musical del maestroGelmetti; Tosca en Mahón y en Caracalla, con ocasión
de los 20 años de mi debut en ese escenario (2 agosto 1989), que seguro será un momento de gran emoción para mí.

Muchas gracias. Ha sido un placer hablar con ustedes."


Pedro González Mira; "Ritmo", 03/09

martedì 24 marzo 2009

"Daniela Dessì y Fabio Armiliato: la quìmica particular entre nosotros nos ayuda mucho en el escenario" (intervista ad "Audio Clàsica")


"En el mes de marzo tendremos la ocasión de ver en el Teatro de la Maestranza de Sevilla a una de las parejas de mayor éxito en nuestros días, la formada por la soprano Daniela Dessì y el tenor Fabio Armiliato. Aprovechamos la ocasión para charlar con ellos sobre la ópera que allí representarán: "La fanciulla del West".

Raúl Sánchez: ¿Por qué creen que "La fanciulla del West" es una de las óperas menos
representadas de Puccini?
Fabio Armiliato: Creo que el motivo es la dificultad a la hora de llevarla a escena, con muchos personajes a los que hay que vestir y que necesita unos decorados nada baratos. Por otra parte cuenta con una gran cantidad de papeles característicos que no resultan fáciles de cantar, por lo que necesitas contar con un equipo de cantantes muy bueno. Por otro lado, no muchas sopranos gustan de abordar un papel tan complicado que carece de una gran aria cerrada de lucimiento. De ahí que las grandes divas del pasado, con la excepción quizás de Renata Tebaldi o Antonietta Stella, no han interpretado este papel de Puccini con la misma frecuencia con la que sí han cantado otros más lucidos.
Daniela Dessì: No sé si La Fanciulla del West no es una de las óperas más famosas de Puccini, pero probablemente sí que es una de las obras más difíciles, que trata un argumento muy particular, el de la redención, en un contexto de western muy original, y seguramente una de sus más modernas y más difíciles
musicalmente. Ese hecho, que Fabio ha comentado, de la ausencia de arias cerradas es
un ejemplo de que Puccini estaba tratando de crear obras con mayor continuidad, sin esas arias que fragmentan el discurso dramático, y tal vez ese sea el motivo por el que el público de ópera que gusta de aplaudir ese tipo de arias encuentre menos atractivo este título que otros.

R.S.: Los roles de Dick Johnson y Minnie tienen fama de ser muy difíciles. ¿Qué les
ha llevado a abordar estos papeles?
F.A.: Debido probablemente a que el rol lo estrenó Caruso, mi papel tiene dos arias muy importantes, que son “Ch´ella mi creda” y “Or son sei mesi”, algo que siempre es muy atractivo a la hora de decidirse por un papel. Pero aparte del aspecto vocal, encuentro que el personaje es muy interesante: es un malo a su pesar, es un bandido por herencia, pero es un hombre culto que se ve avocado a ser un fuera de la ley contra su voluntad. Johnson no es el típico “macho” mejicano, sino un caballero, un
personaje más profundo de lo que parece, que me gusta mucho.
D.D.: A pesar de no tener una gran aria de lucimiento, creo que el papel de Minnie requiere de una cantante que sepa leer entre líneas, que sepa matizar y no se limite a cantar fuerte toda su parte, y que pueda extraer todos los colores que el personaje posee, que es lo que encuentro más atractivo del mismo. Por otra parte, es una obra en la que hay que enfrentarse a un gran tejido orquestal, lo que te obliga a ponerte a prueba como cantante, algo que yo encuentro muy excitante.

R.S.: Existen muy pocas grabaciones de esta ópera y se da la circunstancia de que
las que más recorrido comercial han tenido en los últimos años han sido las de Plácido Domingo, tanto en vídeo como en disco. Señor Armiliato, ¿se siente cómodo con
las comparaciones que el público tiende a hacer?
F.A. Ser comparado con las grandes estrellas es siempre un honor, además de un gran estímulo, ya que te hace sentirte parte de una larga cadena. Los grandes tenores que me han precedido en este papel han dejado grabaciones, no sólo Domingo, también Mario
del Monaco o Franco Corelli, aunque desgraciadamente no tengamos una grabación de Caruso, y me hace mucha ilusión el poder formar parte de esa lista de tenores que
han cantado este rol. La posible comparación debe ser siempre un estímulo, no un obstáculo, que te lleve a dar lo mejor de ti.

R.S.: ¿Han tenido ocasión de intervenir previamente en el montaje de Giancarlo
del Monaco que veremos en Sevilla?
F.A.: Sí, ésta es la tercera vez que lo haré, tras el debut en Niza y Montpellier en el año 2000, y después en Roma, y es una producción edificada desde un punto de vista cinematográfico, muy bella y que ayuda al canto gracias a que
los decorados están construidos en madera, con lo que facilitan la proyección de la voz. Es una ópera que Giancarlo adora ya que su padre fue uno de los máximos intérpretes del protagonista, y ha puesto mucho amor en su
trabajo.
D.D.: Efectivamente, el aspecto visual es lo mejor de la producción; cuando se mira desde el patio de butacas se siente uno catapultado al interior de una película como Solo ante el peligro, o como cualquier otro film de Gary Cooper o John Wayne. Además, Gaincarlo ha insistido mucho en una gestualidad muy cinematográfica, con lo que se ha conseguido un montaje realmente atractivo.

R.S.: Después de La fanciulla en Sevilla, cantarán Tosca en Mahón en junio y Turandot en el Liceo en julio. ¿Cómo ha sido su relación hasta el momento con el
público español?
D.D.: Soy una enamorada de España; me encanta su tradición musical y trato de cantar
aquí lo más posible. Desde pequeña admiré siempre a los grandes cantantes españoles,
Montserrat Caballé especialmente, que han dejado una gran imagen del canto español.
En su país los méritos son siempre aplaudidos, y el público sabe reconocer la capacidad. Y también es muy importante que no exista aquí un público que vaya al teatro con un prejuicio ya creado, sino que acude a la sala a escuchar a un artista y lo juzga según su gusto y la capacidad del mismo para llegar a la audiencia. Además en sus teatros se trabaja muy a gusto, por no hablar de la cocina española...
F.A.: Siempre que he cantado en España me he sentido como en casa, probablemente por
tratarse también de un país mediterráneo con muchísimas cosas en común con el mío.
He tenido siempre el honor además de ser muy bien recibido por el público español, de
ser muy aplaudido, lo que me produce una enorme emoción y me estimula mucho para poder devolver ese cariño cantando aquí. El público es algo muy importante para un artista, y debo decir que el calor que transmite el español es verdaderamente especial. Curiosamente otro público del que guardo un gran recuerdo en este sentido de la calidez es el de Buenos Aires. Por otra parte, los teatros españoles gozan de una estupenda organización, tengo muchos amigos allí, y se trabaja en un clima muy constructivo, con un gran deseo de hacerlo todo bien.

R.S.: La carrera de ambos está muy relacionada con el gran repertorio dramático del siglo XIX (Verdi y Puccini). ¿Esto se debe a una elección personal? ¿Cómo consiguen mantener el equilibrio entre sus carreras individuales y su carrera como pareja?
D.D.: El repertorio que ahora interpreto ha sido una consecuencia lógica del desarrollo de mi voz. Empecé a estudiar canto con 15 años e hice mi debut muy joven, con lo que el riesgo de equivocarme a la hora de escoger un repertorio que hubiera podido dañar mi garganta ha sido enorme; por lo tanto es evidente que la carrera de uno siempre se desarrolla a tomando elecciones personales. Y estoy muy contenta de haber acertado en las mismas, ya que comencé cantando barroco, y de ahí pasé por Mozart y Rossini, y después el Romanticismo para llegar hasta mi repertorio actual. Creo que cantar primero el repertorio del belcanto ayuda después a la hora de enfrentarse al verismo, ya que te permite hacerlo de una manera más limpia y más atenta a la vocalidad.
F.A.: Nosotros nos hemos conocido cuando nuestras carreras ya tenían un desarrollo
claro, y hemos tenido la suerte de coincidir en repertorio, como en su momento sucedió con Callas y di Stefano, del Monaco y Tebaldi, Carreras y Ricciarelli o Gigli y Caniglia. En nuestro caso opino que la carrera como pareja nos ha servido para crecer individualmente como artistas, ya que hemos desarrollado una mayor confi anza y seguridad. La química particular entre nosotros nos ayuda mucho en el escenario. Y el pensar no sólo en uno mismo, sino también en el otro nos ha mejorado como cantantes."

-Raùl Sànchez, "Audio Clàsica" 03/09-

"Daniela Dessì y Fabio Armiliato en La Fanciulla de Sevilla" (intervista ad "Opera Actual")



"Conforman la pareja de oro de la lírica italiana y su relación con España, afortunadamente, es muy estrecha. En enero inauguraron el barcelonés Concurso de Canto Francesc Viñas, en marzo cantan La Fanciulla del West en el Maestranza de Sevilla y después de protagonizar Manon Lescaut en Varsovia, viajarán a Mahón para interpretar Tosca. Desde la Aida en la Arena de Verona, regresarán a Barcelona para unas funciones estivales de Turandot de Puccini.

ÓPERA ACTUAL: ¿Por qué cantan tanto en España?
DANIELA DESSÌ: Este país fue muy importante en los inicios de mi carrera, pero además, a Fabio y a mí nos gusta mucho cómo se vive y se trabaja en España. Los teatros españoles son muy suizos: serios, organizados... Algo que no sucede en Italia. En muchas ocasiones somos nosotros los que decantamos la balanza para poder cantar más a menudo aquí e incluso hemos pensado en trasladarnos a vivir a España...

Ó. A.: ¿Cómo ven la situación de la ópera en Italia?
FABIO ARMILIATO: Esto tiene un origen antiguo: es culpa de una falta de previsión económica, porque la ópera no ha dado nunca beneficios. Yo soy optimista y creo que la actitud que hay que tomar es la de ayudar a los teatros en lo que podamos. El problema principal radica en que en Italia se ha perdido la pasión por la ópera y el contacto con nuestra realidad histórica y las instituciones no se responsabilizan de preservarla.

Ó. A.: Estos días se encuentran en Sevilla ensayando La Fanciulla del West. Inicialmente estaba anunciada la producción de Piero Faggioni del Covent Garden, pero finalmente se hará la de Giancarlo del Monaco para la Ópera de Roma. ¿Cómo se
encuentran con dicha producción?
F. A.: El montaje de Del Monaco ya lo hemos hecho en Niza y en Roma, y la verdad es que funciona muy bien.
D. D.: Ambas son producciones muy bellas. La de Del Mo naco tiene la característica de ser más cinematográfica y uno tiene la sensación de estar viviendo un western.

Ó. A.: ¿Prefieren trabajar con este tipo de producciones, más realistas o clásicas, que con producciones modernas?
D. D.: A mí me gusta todo tipo de montajes siempre que sean inteligentes y musicales. Puedo abordar cualquier producción si tiene sentido y si no está hecha solamente porque el director necesita hablar de sí mismo o crear polémica.
F. A.: Yo no puedo soportar la provocación gratuita, porque no ayuda a nadie: ni al intérprete, ni a la ópera, ni menos al público. Se pueden hacer cosas modernas, y eso es bueno porque estimula la imaginación del público, pero sin caer en la pérdida
del pensamiento original del compositor.

Ó. A.: ¿Han renunciado a trabajar en alguna producción porque no se sentían cómodos con ella?
D. D.: Dos o tres veces. Esto sucede sobre todo en Alemania y en Austria. Me he visto llegando a un teatro y al subir al escenario encontrarme con una producción extrañísima y pensar: “Si yo fuera el director, la habría hecho diferente”...

Ó. A.: ¿Ha pensado alguna vez en dedicarse a la dirección de escena una vez finalice su carrera?
D. D.: ¡Sí! Siempre le comento a Fabio: “mira se me ha ocurrido una Madama Butterfly así o una Tosca asá”... Creo que un cantante no debería caer en los errores en los que caen aquellos directores de escena que desconocen que según que posición es incómoda para el cantante, qué nobla ayudan ni a él ni a la producción.
F. A.: Debería existir un discurso siempre fluido de colaboración entre el director de escena y el cantante, tanto de diálogo como de creación.

Ó. A.: ¿Acostumbran a planificar sus agendas profesionales para cantar el máximo
posible juntos?
F. A.: Siempre que se da la posibilidad decantar juntos lo hacemos, del mismo modo como, antiguamente, las compañías de ópera giraban con los mismos cantantes. De allí surgieron parejas escénicas que die ron la vuelta al mundo, como la de Mario del Monaco y Renata Te baldi. Como en el ballet, la complicidad que se crea entre dos intérpretes que habitualmente trabajan juntos y se conocen muy bien es un plus a la hora de conseguir un determinado resultado artístico, además de brindar una credibilidad interna que puede hacer asumible hasta la producción más extraña. Des de que Daniela y yo cantamos juntos hemos notado que hay gente que percibe una química especial que intentamos crear en escena y, además, nos ha aportado mucho a ambos a nivel personal, dando más entidad a nuestra individualidad.
D. D.: Al principio de estar juntos era muy divertido porque la gente se acercaba y nos decía que nuestros personajes parecían “dos personas que se quieren de verdad”. Pero no hay que olvidar que también es bueno cantar con otros compañeros, tanto para el público como para nosotros.

Ó. A.: ¿Estudian juntos?
D. D.: Tenemos dos maneras diferentes de hacerlo. Yo pri mero memorizo el papel –si es nuevo– y normalmente lo pongo en voz una vez empiezan los ensayos: allí ya trabajamos juntos. El estudio que hago en casa suele ser más memorístico; también trato de entender qué tipo de personaje estoy haciendo.
F. A.: Yo nunca me quiero perder la sorpresa que supone descubrir en escena algo diferente. Esto es algo que tenemos muy en cuenta. Pero siempre hay consultas mu tuas...

Ó. A.: Volviendo a La Fanciulla, ¿cómo ven sus roles?
D. D.: Es una de las óperas más modernas de Puccini y consigue recrear cierta atmósfera de la América de esa época, igual a como lo hace con la cultura japonesa en
Butterfly o con la china en Turandot. El personaje de Minnie tiene un carácter especial, es una joven muy sencilla que ha vivido siempre rodeada de hombres, lo cual le genera una dureza frente a ellos y frente al amor. Pero cuando se enamora, lo
hace de la persona errónea, por que Dick Johnson es un bandido. Por eso existe un tema a lo largo de la ópera que es el de la redención, del perdón, a través del amor.
F. A.: Dick Johnson es un bandido a su pesar, pero no es mal vado. Tiene un aspecto
romántico que combina muy bien con los personajes a lo James Stewart o Gary Cooper de los western americanos. Desde el punto de vista vocal es una ópera dura, pero agradecida... Tanto que en Roma tuve que bisar el aria, al go que creo que nadie había hecho, lo cual me llena de orgullo.

Ó. A.: Daniela Dessì también protagonizó
un bis histórico no hace mucho en Florencia, cuando debió repetir el “Vissi d’arte”.
¿Cómo vivió ese momento?
D. D.: Fue muy emocionante porque no se pedía el bis des de hacía 52 años. Y en esa ocasión fue Renata Tebaldi la que bisó el “Amami Alfredo” de La Traviata, así que para ellos también fue una enorme satisfacción.

Ó. A.: ¿Considera que la recuperación del bis es indicativo de una renovación del
entusiasmo por la ópera?
D. D.: Pienso que el exceso de filología ha alejado al público del teatro. Yo creo que es bueno que exista un sano divismo, aspecto que crea una relación más estrecha
entre los cantantes y el público, como sucedía en los años 50 y 60, cuando el público
iba al teatro a escuchar a los cantantes. Yo tengo muy claro que todo lo que hago lo hago para mí y para el público.
F. A.: Durante los años 50 y 60 existía el divismo de los cantantes, después se pasó al de los directores de orquestas y en los últimos años sigue primando el de los directores de escena. Hay que encontrar un equilibrio y dar a cada uno su justo
papel. La ópera, sin el divismo, no existe.
"
-Mercedes Conde Pons; Opera Actual, 03/09-

mercoledì 18 marzo 2009

"Le pedì matrimonio a Daniela quando cantaba "Andrea Chenier"" (intervista ad abcdesevilla.es)


SEVILLA. Llegan al camerino real del teatro de la Maestranza para la entrevista entre risas. Más parecen una pareja de novios que dos cantantes de ópera que acaban de terminar un ensayo. Ellos son la soprano Daniela Dessí y el tenor Fabio Armiliato, protagonistas de la próxima ópera que estrena el coliseo sevillano, «La Fanciulla del west», una curiosa obra ambientada en el Oeste, con personajes con pistolas y vestuario que parecen sacados de una película de John Ford.

-Dirige la escena de esta ópera Giancarlo del Monaco y dicen que es muy original...
-Fabio Armiliato: Es una forma de decirlo. (se ríe). Con Giancarlo siempre hay una sensación de amor y pelea.

-¿Cómo se lleva un matrimonio en la ópera?
-Daniela Dessí: Primero nos conocimos como artistas y luego como personas. Así que fue fácil después enamorarnos.

-Señor Armiliato, ¿se declaró usted cantando?
-D.D.: Casi (a carcajadas).
-F.A.: La verdad es que sí. Estaba cantando «Andrea Chenier» cuando le pedí matrimonio. Fue un papel que canté en Sevilla por primera vez. Pero sí, es verdad, fue la obra con la que me declaré y en la que nos enamoramos.

-¿Alguna vez han tenido celos?
-D.D.: No, nunca ha sucedido.
-F.A.: Yo no creo en los celos porque además siempre he sido un admirador del trabajo de Daniela.

-¿Es más fácil ser cantante de ópera cuando tu pareja lo es?
-F.A.: Sí. Porque podemos compartir las mismas emociones y te quitas de tu propia emoción para pensar en el otro.
-D.D.: Se piensa tanto en la otra persona que tu misma te vuelves doblemente sensible.
-F.A. Además, cada vez te puedes enamorar de un papel diferente. Me enamoro de Daniela a través de Magdalena o de Desdémona. Me gusta enamorarme una y otra vez.
-D.D.: Pero de mí, por favor.
-F.A.: Sí, claaaaaro.
-D.D.: Además casi nunca nos enfadamos, pero pero si eso ocurre, el escenario sirve para reconciliarnos.

-¿Sufren más cuando no trabajan juntos?
-F.A.: Vamos a vernos el uno al otro, pero sí, yo sufro más.
-D.D.: Y al principio se puso un poco celoso cuando un tenor hacía una escena de amor conmigo. La suerte era que los otros tenores no eran tan guapos. No había gran peligro.

-Tienen dos hijos, ¿cómo se compagina la familia y la carrera en la lírica?
-D.D.: Difícil, pero se puede a pesar de los viajes. Si se quiere se puede. Ahora como tienen 14 y 15 años, nos preguntan, «mamma, ¿cuando parti?». Es la edad. Los hijos dan mucha fuerza.

-Señora Dessi, los tenores no tienen buena «reputación». ¿Cómo se vive con un tenor?
-D.D.: (Ríe a carcajadas). -Hay tenores tontos y tenores inteligentes. Pero Fabio no es un tenor, más bien es un futbolista fallido. Siempre está pendiente de los partidos.
-F.A.:Veo los partidos por Internet. Soy de La Sampdoria...¡uy, perdón, que eliminó al Sevilla! Yo prefiero decir que más que un tenor, soy un músico que canta como tenor.

-¿Se corrigen entre ustedes?
-F.A.: Más que eso nos damos consejos. Soy estudioso y coleccionista de libros que hablan de la vocalidad y digo siempre que Daniela es un tratado de canto viviente..., eso fue también un motivo para el matrimonio (apunta con humor), es un añadido muy precioso.

-Tienen carreras sólidas en el mundo de la lírica, ¿creen que ahora se corre demasiado?
-F.A.: Es un problema heredado de la música pop donde es más fácil llegar arriba y esto aplicado a la ópera, no es real. En la lírica no es posible crear un personaje de la nada porque requiere un trabajo de años. Nosotros pertenecemos al mundo del arte, no al del entretenimiento.
-D.D.: Las grandes carreras se ven a partir de pasar al menos quince años, a nivel de seguridad y de experiencia, y sobre todo de la elección del repertorio correcto.

-¿Ustedes eligieron bien?
-D.D.: Creo que sí. Hay muchísimos cantantes que se lanzan al repertorio sin estar preparados. El público pide siempre lo mejor, y uno debe salir a cantar ofreciendo el 150 por ciento, Si sólo puede cantar al 90 por ciento, no se debe cantar.
-F.A.: Al final para ser cantante de ópera hay que tener dos vidas: una para aprender y la otra para cantar.

-¿Creen que los directores de escena se están «pasando»?
-F.A.: Llevan treinta años pasándose. Cada uno debe estar en su papel y evitar los cantantes estrella o los directores estrella.
-D.D.: Lo ideal sería que se combinara la cualidad del canto con la de la producción y que la gente no fuera sólo a ver la escena, sino el canto.

-¿Nunca pensaron ser otra cosa que cantantes de ópera?
-F.A.: No. En Italia la ópera sigue estando dentro de cada italiano, incluso en los jóvenes.
-D.D.: El canto es parte de la naturaleza y todo el mundo canta. Es algo que pertenece sobre todo a nuestro mundo mediterráneo.

Martes, 17-03-09; MARTA CARRASCO


http://www.abcdesevilla.es/20090317/cultura-cultura/pedi-matrimonio-daniela-cuando-20090317.html

giovedì 12 marzo 2009

Près de remparts de Séville...


In occasione delle imminenti recite de La Fanciulla del West, in scena al Teatro de la Maestranza di Siviglia dal 21 al 26 marzo, la nostra Daniela è stata intervistata, assieme a Fabio, da tre importantissime riviste spagnole: Opera Actual, Audio Clàsica e Ritmo... Cominciate pure a leccarvi i baffi, perchè appena possibile vedrò di pubblicarle qui sulla fanpage!

A presto!

domenica 9 novembre 2008

...e lucevan le Stelle!


Dalla nostra inviata CaludiaO.:

"Il Filarmonico di Verona rende omaggio a Puccini in occasione dei 150 anni dalla nascita. Sul palco, ovviamente, Daniela Dessì e Fabio Armiliato. Coinvolgenti, trascinanti, appassionanti. Diretti da un ottimo Marco Boemi che sa il fatto suo.

Daniela è splendida, come sempre. In abito rosso (prima) e nero (poi) si conferma una delle migliori interpreti puccinane dei giorni nostri è dà voce (e che voce!) a tutti quei personaggi semplici eppure complessi del Maestro di Lucca che sono entrati di diritto nell’antologia dell’opera italiana. Manon, Tosca, Butterfly, Liù. Struggente il duetto finale.

Fabio è in ottima forma, voce piena e timbro sicuro. splendido Cavaradossi, sfodera un suo cavallo di battaglia come “Ch’ella mi creda libero e lontano” in maniera pressochè perfetta e finisce con un “Nessun dorma” da ovazione. Il teatro è letteralmente infiammato.

A fine serata gli Artisti (perché di Artisti, con la “A” maiuscola, si tratta e ne abbiamo avuto l’ennesima conferma ieri sera) ci regalano il duetto del finale del primo atto di Bohème. “O soave fanciulla” non è in programma, ma chiudere con la morte di Liù probabilmente non renderebbe omaggio al genio creativo di Puccini, che in realtà è appassionato ed attaccato alla vita. Così il pubblico si scioglie in una delle pagine più belle della lirica pucciniana. Che m’ami dì, io t’amo. Fabio e Daniela sono catalizzanti sul palco. Commuovono e coinvolgono. Tanto che il pubblico richiede a gran voce il bis. E viene accontentato: “O mio babbino caro” (lei) e “Addio fiorito asil” (lui) accompagnati al pianforte da Boemi.
Ci sono serate che chi ama la buona musica difficilmente scorda. Il Gala Puccini di ieri sabato 8 Novembre al Filarmonico di Verona è stata una di queste."

Ricordo inoltre che in occasione di questa serata sono stati realizzate ben due registrazioni DECCA a tema pucciniano.

GALA PUCCINI
nel 150° anniversario dalla nascita


direttore: Marco Boemi
soprano: Daniela Dessì
tenore: Fabio Armiliato

voce recitante: Paola Gassman

Orchestra e Coro dell' Arena di Verona
maestro: Marco Faelli

PROGRAMMA:

- da Le Villi: Intermezzo sinfonico

- da Manon Lescaut: "Tu, tu amore?", Intermezzo

- da Tosca: "Vissi d' arte", "E lucevan le stelle", "Mario, Mario, Mario!"

- da Madama Butterfly: Coro a bocca chiusa, "Un bel dì vedremo"

- da La Fanciulla del West: "Ch' ella mi creda"

- da Turandot: "Nessun dorma", "Tu che di gel sei cinta" e morte di Liù

- da La Bohème: "O soave fanciulla"

bis:

- da Gianni Schicchi: "O mio babbino caro"

- da Madama Butterfly: "Addio fiorito asil"


sabato 25 ottobre 2008

Viva Dannie! Viva la nostra Dannie!


Una nuova perla da inserire nella collezione, doveroso omaggio di due grandissimi Artisti alle celebrazioni pucciniane di quest' anno:

LA FANCIULLA DEL WEST di G. Puccini

Minnie: Daniela Dessì
Jack Rance: Lucio Gallo
Dick Johnson (Ramerrez): Fabio Armiliato
Nick: Massimo La Guardia
Ashby: Andrea Patucelli
Sonora: Marzio Grassi
Trin: Marco Valeri
Sid: Massimiliano Valleggi
Bello: Federico Longhi
Harry: Orfeo Zanetti
Joe: Nicola Pamio
Happy: Claudio Ottino
Larkens: Veio Torcigliani
Billy Jackrabbit: Franco Boscolo
Wowkie: Fulvia Bertoli
Jake Wallace: Giovanni Guagliardo
Josè Castro: Giuseppe Riva
Un Postiglione: Steve Collalto

Orchestra e Coro CittàLirica
direttore: Alberto Veronesi
maestro del coro: Stefano Visconti

registrato dal vivo al Gran Teatro all' Aperto di Torre del Lago Puccini (LU), il 19/22/30 luglio e il 12 agosto 2005

pubblicato da Real Sound